American Buffalo

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American Buffalo di David Mamet
Con Marco D’Amore, Tonino Taiuti, Vincenzo Nemolato
Regia Marco D’Amore

Dal 5 al 10 dicembre 2017 al Teatro Franco Parenti

Un negozio da rigattiere, tutto intorno una serie infinita e ben ordinata di cianfrusaglie, anticaglie, paccottiglia, ciarpame, piccoli e grandi ornamenti senza alcun valore. Si apre così la scena di American Buffalo al Teatro Franco Parenti fino al 10 dicembre, per la regia e con Marco D’Amore, il Ciro Di Marzio della serie Gomorra. Accolto allora dalla critica statunitense come “la migliore commedia del decennio”, il testo di David Mamet viene qui trasportato nei bassifondi napoletani tra “abbuffate di uallera” e “chitemmuort”.

Il ferrivecchi Don con il mito dell’America, ha venduto a un ricco signore una vecchia monetina con una testa di bufalo per un prezzo decisamente inferiore al suo valore reale. Sentendosi raggirato e animato da una voglia di riscatto, Don coinvolge il suo giovane garzone tossicomane Bob in uno sconclusionato piano per svaligiare la casa del collezionista. A tutti i costi vorrà entrare nella partita anche il Professore, un amico di Don paranoico e violento, perennemente in bolletta. Questi farà di tutto per liberarsi di Bob, ma Don insisterà per includere nel colpo anche Sasà, un fantomatico topo d’appartamento professionista che in scena non comparirà mai. Quando poco prima della mezzanotte, Sasà tarderà a presentarsi, ne approfitterà subito il Professore per instillare il sospetto del tradimento: Sasà è un bugiardo e anche un baro che sicuramente vorrà fare il furto per conto suo. E Bob, che nel frattempo tenterà di rivendere a Don una monetina simile a quella venduta al cliente, è suo complice e il furto l’hanno già portato a termine per conto loro. Ecco dunque che i tre personaggi si manifestano per quello che sono: tre individui intrappolati nel cortocircuito delle loro esistenze disgraziate che si scagliano l’uno contro l’altro senza scrupoli e senza esclusione di colpi.

Uno dei temi centrali della poetica di Mamet è il dualismo verità-finzione, “ciò che appare, non è ciò che è” dice Don a Bob, e il dualismo viene esplicitato in un’ampia fenomenologia di comportamenti che va dall’inganno alla truffa, dal doppio gioco al tradimento. Alla fine dei conti, vuol dimostrare Mamet, nei rapporti interpersonali, c’è sempre un margine ineludibile di falsità e opportunismo. Molto simili a quello che nella vita di tutti i giorni quando conosciamo qualcuno di nuovo, ci spinge a chiedere che lavoro faccia prima ancora di sapere il suo nome.

Ritmo e tensione, i tre attori riescono a ricreare i tre personaggi borderline con minuzia di tic e grande energia. Bella la danza di Tonino Taiuti alla Totò maniera.

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Babi Campi Falcone

Babi Campi Falcone

Mi occupo di teatro da una decina di anni e lavoro nell'ambito della comunicazione da qualche anno in più. Mi piace fotografare volti per strada. Mi piace costruire mobili. E mi piace leggere. Da Ariosto a Philip K. Dick, da Pinter a John Patrick Shanley. Ultimamente e inspiegabilmente - anche qualche libro sulla fisica quantistica e la teoria dell'universo olografico. Tra i viaggi più belli, 10 anni di psicoanalisi junghiana...

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