Dall’arazzo all’abito. Un filo che evolve

È intensa eppure rilassata nello scatto in bianco e nero che la ritrae mentre compone uno dei suoi arazzi. Ago, filo e centinaia di pezzetti di stoffa cuciti insieme nel corso degli anni la descrivono come una FiberArtist. Fosca è “anche” questo, poi s’intravvede altro: la voglia di sondare nuove possibilità espressive per i tessuti e il bisogno, come lei stessa afferma, di proporsi con un’immagine diversa. È in quell’istante che il futuro si fa presente. Poi tutto avviene rapidamente: nasce il marchio FoscaMilano e incalza l’esigenza di trovare uno spazio dove poter lavorare e accogliere la clientela. E l’oggi è qui, realizzato nell’Atelier – Laboratorio che condivide con la fotografa Carola Guaineri, amica e autrice degli scatti di questo servizio.

Fosca Campagnoli

Fosca Campagnoli

Nel loft, in Via Privata Bastia 7, a pochi passi dai Magazzini Generali, tutto è a vista: vecchi armadi e tavoli da lavoro, macchine da cucire, abiti da rifinire e arazzi alle pareti.
Quando entro sta lavorando. Cerca di dar forma a un’idea mentre avvicina con le mani piccoli rettangoli di tessuto fino a formare un quadro colorato e materico. 
Poi alza lo sguardo, mi viene incontro e sorride…

Com’è iniziato il tuo percorso?
Come in realtà capita a tante donne, nel mio tempo di madre giovane, con un grande bisogno di trovare degli strumenti per esprimermi, di trovare la mia voce. Io ho una formazione umanistica, ho studiato musica, l’ago e il filo sono arrivati quando il tempo me lo ha permesso, quando ho constatato che mi piacevano, che mi inducevano a una meditazione attiva.

Come hai cominciato a comporre i tuoi arazzi?
Prevalentemente a mano, con i materiali che avevo a disposizione: cotone, lana, seta, tutto quello che era possibile recuperare. La prima fonte di ispirazione è stato un libro sulla cultura del patchwork degli Amish. È stato il primo volume che ho consultato, il primo sguardo molto pulito, molto geometrico, molto semplice che ho provato a ritradurre manualmente. Anche se il tempo di realizzazione era lungo, era un tempo che mi apparteneva.
L’ago e il filo somigliano molto a una matita che scrive… Mi è sempre piaciuta la scrittura perché ci ritorno, perché la correggo… con l’ago e il filo potevo comporre, ma potevo anche correggere. Così è nato il primo manufatto, una coperta costruita per mia figlia. Successivamente, dopo aver sperimentato per un po’ di anni – con un diploma di magistrale e un’esperienza di insegnamento alle spalle – ho pensato di tradurre questi miei lavori in una possibile didattica utile all’interno delle scuole, un modo per riproporre in chiave contemporanea la tradizione dell’arte applicata.

Quali gli incontri fondamentali?
Sicuramente con Michael James, docente di design del tessuto negli Stati Uniti. Lui mi ha insegnato che il tessuto si comporta in modo sempre diverso e che ha un’enorme versatilità per cromia, per percezione, mi ha fornito nuovi strumenti, ha arricchito la mia formazione, e soprattutto mi ha convinto che fosse la mia strada.
Poi, attraverso l’associazione di Maria Elda Salice mi sono occupata delle tinture tessili. Tempi, conoscenze chimiche, alchimie… ma sono elementi che non mi corrispondono, a me interessa il lavoro della composizione del colore e della forma. È una sensibilità che si accompagna all’accuratezza, una caratteristica che fa parte di me e che ho ereditato da mia madre. Ancora me la ricordo, in cucina, quando tagliava e cuciva i nostri abiti.

Quindi i tessuti erano scritti nel tuo DNA…
Si, i ricordi sono legati alla mia infanzia e alla sartoria che mio padre ereditò dal bisnonno. È un ricordo molto vivo perché la sartoria era nel cortile della casa in cui sono cresciuta. Ho ancora memoria degli odori dei ferri da stiro a carbone, dei grandi specchi, degli armadi che custodivano le lane declinate nei colori delle terre. Marroni, grigi, verdi, neri… tonalità serie, che si adattavano all’abbigliamento maschile. Erano fibre che non si deterioravano facilmente.
Ricordo molto bene tutti i passaggi: dal taglio, alla confezione, alla rifinitura, fino ad avere un abito “pennellato” addosso… I tavoli sui quali io lavoro e la pedana sulla quale siamo adesso sono ancora quelli che utilizzava papà.

E tu quando hai cominciato a fare abiti?
L’incontro con Anna Tamborini, un paio d’anni fa, è stato decisivo. Entrambe apparteniamo al circuito artistico italiano della FiberArt, abbiamo esposto insieme in una collettiva, alle terme di Valmasino e da quel momento non ci siamo più perse di vista. All’epoca avevo cominciato ad elaborare degli accessori, borse e oggetti di piccole dimensioni, sentivo il bisogno di propormi con un’immagine diversa e con cose più piccole rispetto alle tele e agli arazzi. Anna, che si è formata alla Marangoni, sentiva la stessa esigenza. Abbiamo iniziato così, con la voglia di creare degli oggetti particolari… poi alcuni materiali imponevano di essere usati come abiti, non si poteva pensare di non averli addosso… Ai primi abiti, tagliati in modo molto semplice, si è aggiunto lo stimolo a produrre anche altri capi di abbigliamento da parte di Paola Turci che nel suo negozio in Porta Genova aveva già iniziato a vendere la prima raccolta dei nostri accessori. Così ai pantaloni si è aggiunta una maglia, poi una giacca… ed è nata la prima collezione.
Naturalmente il pezzo unico è quello che ancora ci rappresenta perché unici e irripetibili sono i tessuti che recupero dagli archivi o da aziende che hanno chiuso o da laboratori che hanno scarti di produzione, poi è tutto un lavoro di selezione e di catalogazione dei materiali prima di destinarli al loro utilizzo finale.

Che rapporto avete con la moda?
Siamo indipendenti dalle tendenze, non seguiamo la moda. A volte la premessa è proprio trovare quel tessuto che fa scattare il meccanismo utile a una forma da indossare e non viceversa. Ci piace pensare che quelle forme, morbide e confortevoli, possano essere riproposte di anno in anno. La moda deve “appartenere”, altrimenti si fa fatica a esprimerla. Naturalmente c’è sempre qualcosa di nuovo. Beatrice Pugni che lavora con noi da qualche tempo, ha portato la freschezza del suo immaginario, il suo sguardo sull’universo maschile… così abbiamo introdotto il gilet, il papillon… ma tutto deve essere in armonia, come nella musica, e tutto deve essere condiviso. Loro assecondano le mie lunghe “discussioni” col colore e poi ognuna di noi ha abilità e sensibilità differenti, ma che stanno bene insieme. A noi bastano pochi strumenti: l’ago, il filo e un pezzetto di tessuto per raccontare.

About author

Laura Perna

Laura Perna

Dopo la laurea in filosofia conseguita presso l'Università Cattolica di Milano inizia il suo percorso professionale nell'area della comunicazione: uffici- stampa, relazioni pubbliche, editoria. Il suo rapporto con la scrittura è intenso e quotidiano. FourExcellences rappresenta un "punto e a capo", una svolta. È un'idea, poi un progetto che si trasforma in realtà day by day. È una dichiarazione d'indipendenza che condivide con le sue compagne di viaggio. È lo specchio di un mondo effervescente e creativo, la voce di infinite storie.

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