Calcio, filosofia… e la maglia numero zero

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Raffaele Tovazzi, è il creatore, insieme a Manuela Ronchi di “ACTION! PENSIERO IN AZIONE”, un progetto in italiano che scommette, con la diffusione di audio-aforismi, sulla centralità della voce e della filosofia. Tovazzi ha infatti portato nel nostro paese la “Filosofia Esecutiva”, una nuova disciplina che applica al business gli insegnamenti dei grandi pensatori del passato motivando e stimolando gli imprenditori a pensare fuori dagli schemi. Ma in questa intervista la palla è al centro… perché si parla di calcio, di vita (a Londra), di grandi ideali…

Cosa c’entra la filosofia con il calcio? La domanda sorge spontanea e solo un personaggio come Raffaele Tovazzi ci poteva dare una risposta che avesse davvero un senso. Dotato di uno sguardo lucido e trasparente che va al di là del “Pensiero Prevalente” e braccia tatuate dove l’inconscio ha preso chiaramente vita in un gioco simbolico di grande profondità, Raffaele Tovazzi è stato il primo a portare in Italia la figura del Filosofo Esecutivo sulla scia del Chief Philosophy Officer (CPO), tendenza consolidatasi nella Silicon Valley. Un Pensatore fuori dal coro in grado di aiutare i manager ad acquisire nuove prospettive di business e rispondere alle esigenze delle aziende che, in un mondo che rincorre sempre l’ultima tecnologia e in cui la nascente “era robotica” rischia di stravolgere i paradigmi del mercato del lavoro, credono nell’essere umano e scommettono sulla filosofia come fattore chiave dell’innovazione.

Come è nata la tua passione per il calcio?
Quando ero bambino in casa non si seguiva tanto il calcio e, venendo da una provincia d’Italia piuttosto isolata, non avevamo nemmeno squadre importanti vicino a noi. Di conseguenza in casa non si parlava di pallone: mio padre era appassionato di ciclismo, i miei zii di motori. Credo di aver scoperto il calcio in prima elementare, quando i miei compagni di classe mi chiesero “Per quale squadra fai il tifo?”. E io, sorpreso: “Non lo so, verifico a casa!”. La sera appena mio padre rientrò a casa dal lavoro gli chiesi curioso: “Che squadra tifiamo noi?” Mio padre mi rispose con un certo disinteresse: “Boh… La Juve…” e la sensazione è che avrebbe potuto dirmi “Milan”, “Inter”, “Lazio” o qualsiasi altra squadra: quando hai sette anni, quello che ti dice tuo padre è legge. Questo episodio ha segnato l’inizio della mia passione per la Juve, passione che ho poi trasmesso ai miei figli, che oggi hanno sette e cinque anni. Aldilà della fede calcistica però, il calcio che ho amato di più fin da ragazzino era quello inglese. Non chiedermi le ragioni tecniche, il football (guai a chiamarlo soccer!) mi è sempre sembrato più bello, veloce, fisico… Primordiale!

Possiamo dire che era destino che andassi a vivere a Londra…
Puoi solo immaginare il mio entusiasmo quando, qualche anno fa, mi sono trasferito a vivere a Londra con tutta la mia famiglia, moglie e figli compresi. Pensavo “Che bello! Ci scegliamo una squadra londinese e possiamo andare allo stadio a vederla almeno due volte al mese.” Già, ma quale squadra scegliere? Londra conta ad oggi 12 squadre professionistiche: 5 militano in Premier League, la nostra “Serie A” (in ordine alfabetico Arsenal, Chelsea, Crystal Palace, Fulham, Tottenham, West Ham United) e 5 in Championship, la nostra “Serie B” (Brentford, Charlton, Fulham, Millwall e Queens Park Rangers). Vivendo qui a Londra ho però compreso quanto poco ne capissi di calcio inglese, di quello londinese in particolare. Probabilmente è quasi impossibile capirlo vedendolo “da fuori”, lontano da questo meteo malinconico e piovoso, lontano dall’odore di birra, pesce fritto e aceto che da oltre cent’anni (e nonostante i capitali russi, malesiani e cinesi) continua ad invadere gli spalti degli stadi inglesi. Paradossalmente, il calcio a Londra c’entra poco col calcio in senso stretto e molto con la storia, i contrasti sociali, religiosi e la difesa del territorio. Per fare un esempio, a Londra nel 1926 fu indetto uno sciopero dei lavoratori a cui aderirono gli operai degli Hammers (i tifosi del West Ham), mentre i Dockers si rifiutarono di “incrociare le braccia” e si presentarono al lavoro. Questo episodio scatenò la violenta rivalità tra West Ham United e Millwall, più simile al conflitto israelo-palestinese che ad un Derby della Madonnina. A Londra la squadra non si sceglie, è il territorio (vale a dire la parte di Londra in cui vivi) a determinare il tuo tifo. Il motto qui è Always support your local Football Team, “sostieni sempre la squadra più vicina a te”. Chi sceglie la squadra di un altro distretto, soprattutto se si tratta di una squadra forte e blasonata, è etichettato come Trophy Hunter, letteralmente “cacciatore di trofei”, praticamente un infame senza onore. Fino a pochi mesi fa vivevo a Notting Hill, quartiere reso celebre dal film del 1999 con Hugh Grant e Julia Roberts, che si trova a West London e più precisamente nel Royal Borough of Kensington and Chelsea. Tecnicamente parlando ero nel distretto di Chelsea, che però gioca a Stamford Bridge, nel Borough of Hammersmith e Fulham… So che sembra un po’ complicato, ma Londra è complicata, tanto vale che ti ci abitui. Fin da subito mi sono rifiutato di tifare Chelsea, nonostante i tanti italiani che ci hanno militato e che continuano ad essere protagonisti oggi nelle file dei Blues.

Perché questa tua avversione al Chelsea?
Prima di tutto volevo evitare una squadra che avrebbe potuto affrontare la Juventus in Europa (nonostante in questo campionato il Chelsea non partecipi alla Champions League), ma le mie ragioni erano più profonde e riguardavano l’esempio che volevo trasmettere ai miei figli. Da quando Francesco (7 anni) e Federico (5) sono nati hanno sempre e solo visto vincere la Juventus (in Italia, tristemente). Soprattutto, dopo l’arrivo di CR7, ho visto tanti compagni di classe “cambiare sponda” per passare alla Juventus, inseguendo la squadra più vincente e con il campione più titolato. Non rappresenta forse lo specchio della società contemporanea, dove le logiche di convenienza hanno spesso la meglio sugli ideali? “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta” recita il motto della Juventus. Non potrei essere più in disaccordo. In ogni ambito, soprattutto nel mondo del lavoro, ci riempiamo così tanto la bocca di termini come “leadership”, “leader”, “vincente”, che ci siamo dimenticati l’epica della sconfitta, il romanticismo di chi coltiva una passione illogica, sconveniente, la profondità di chi trova un senso nell’esserci, allo stadio, più che nell’avere, titoli da sfoggiare. Per questi motivi io tifo Queens Park Rangers che con il suo Loftus Road Stadium, situato nel quartiere di White City, era il football team più vicino a dove vivevo… E ti dirò di più: per prendere ancora più le distanze dal Chelsea ed avvicinarmi alla squadra del cuore ho cambiato casa, trasferendomi a Shepherd’s Bush (a soli 10 minuti a piedi dallo stadio del QPR).

Perché proprio QPR?
È la squadra più forte? No, attualmente milita in Championship (Serie B inglese). È la squadra più titolata? No, non ha mai vinto un titolo in prima divisione, pur avendo sfiorato il successo nella mitica stagione 75/76. Erano gli anni in cui la numero 10 degli Hoops stava sulle spalle di Stan Bowles, un campione che interpretava il calcio con folle spensieratezza, anteponendo il divertimento del proprio pubblico alla convenienza di una giocata. Stan Bowles era un Maverick per cui la vita era fatta di opinabili priorità: scommettere, prendere a pallonate i trofei degli altri e incantare il suo pubblico. Ecco cosa successe: 9 marzo del 1973, si gioca l’ultima di campionato di Seconda Divisione, un QPR neo promosso in prima divisione affronta fuori casa il Sunderland che si è appena aggiudicato l’FA CUP ai danni del favorito Manchester United. I dirigenti del Sunderland decidono di esporre a bordo campo, sotto la tribuna, il trofeo appena vinto mentre i giocatori del QPR entrano per il riscaldamento. Stan la butta lì ai suoi: “Scommettiamo che da qua colpisco e mando a terra la loro amata coppa?” Si raccolgono puntate. Bowles col suo delicato piede mancino fa quello che vuole… E la coppa vola a terra. Il pubblico del QPR impazzisce, i tifosi del Sunderland tentano un’invasione di campo per farla pagare al numero 10 con la maglia a strisce bianche e blu orizzontali. La partita comincia in clamoroso ritardo e Stan, per simpatia, ne rifila due sul campo decretando la vittoria dei suoi. Meravigliose storie di un calcio che non c’è più.

Cosa hanno detto i tuoi figli riguardo la scelta di tifare il QPR?
Mio figlio Francesco i primi tempi mi chiedeva “Perché con tutte le squadre che ci sono a Londra tifiamo una squadra che non vince mai?” – soprattutto quando a scuola i tifosi delle altre squadre lo prendevano in giro. Non ho mai risposto a questa domanda, preferendo che le sue risposte le trovasse da solo. Sono bastati pochi mesi prima che con gli occhi pieni di speranza mi dicesse “Ti immagini se un giorno il QPR vince il titolo? Sarebbe la vittoria di tutta la nostra Londra!” “La nostra Londra”, mi fa sorridere questa espressione perché rappresenta la complessità di questa città: una città-stato che di inglese ha tutto e non ha niente, una megalopoli che oltre all’arroganza delle nuove costruzioni, all’ampollosità della sua monarchia e ai fasti della mondanità, trova nelle sottoculture il proprio cuore pulsante.

Che ruolo rivesti all’interno del QPR? Hai una carica specifica?
Ancora nessuna, con mio sommo rammarico. Sebbene uno dei miei sogni sia quello di entrare nel board della mia squadra del cuore, contribuendo con le competenze che metto al servizio delle multinazionali con cui lavoro ogni giorno e aiutando il club a diffondere quei valori sociali di cui si è sempre fatto promotore. Prima di allora mi limito ad essere un fedele abbonato, patologicamente innamorato di una squadra folle e che incarna quel romanticismo territoriale che, anche in Italia, si respira solo nel calcio di provincia. Quello stesso romanticismo che porta i tifosi degli Hoops a preferire Loftus Road Stadium, il minuscolo stadio di White City in cui giocò Stan Bowles dal 1972 al 1979, piuttosto che trasferirsi in dimore più appetibili per i grandi sponsor ma che ci richiederebbero il voltare le spalle alla nostra tradizione.

Hai scelto il numero “zero” per la tua nuova maglia del QPR, perché proprio questo numero?
Quando ho ordinato la nuova maglia del Queens Park Rangers ho voluto personalizzarla… Già, ma con che numero? Ne volevo uno che rappresentasse il nostro Movimento di Filosofia Esecutiva e non sapevo quale scegliere. Mi è venuta in mente una chiacchierata che feci mesi fa con Leonardo Conti intorno al significato dell’arte. “Che cos’è l’Arte?” – gli chiesi. “L’arte è ciò che dà voce alle minoranze, agli inascoltati…” mi rispose. “Ai numeri 0!” – ho pensato – “Coloro che non si ritrovano negli schemi prevalenti.” Allora ho scelto di personalizzare la maglia del QPR con il Numero ZERO, perché penso che ognuno dei Pensatori Radicali, in modi diversi, si è sentito uno ZERO nella propria vita e nell’incontro con altri ZERO ha composto l’infinito che è Filosofia Esecutiva.

Quanta filosofia c’è nel calcio?
La filosofia è ovunque, e la tua domanda intorno a quanta ce ne sia nel calcio ci impone un altro interrogativo, ben più ampio: che cos’è la filosofia? Se lo si chiede al sottoscritto, per la pragmatica che contraddistingue le mie ricerche, la filosofia è ciò che io definisco “pensiero in azione”. Qualsiasi visione, ideale o valore, calato nella pratica, è degno di essere chiamato “filosofia”. Ciò vale sia per la parte manageriale del calcio, che per quella prettamente tecnico-tattica.

Quanto il marketing oggi ha trasformato la visione di questo sport? C’è meno sport e più business…
Più che il marketing in sé, è l’avvento delle TV a pagamento ad aver rivoluzionato le logiche prettamente sportive, attraendo capitali che fino agli anni ’90 erano estranei al mondo del calcio. Riprendendo una metafora pirandelliana, “il calcio non cambia, il calcio svela”. Ho sempre definito il pallone un “Esperanto Sociale”, un linguaggio universale in grado di esprimere le dimensioni più nascoste dell’animo umano. Credo la trasformazione di cui parlate abbia semplicemente svelato l’avidità che corrompe, ad una certa fase dell’esistenza, la purezza con cui da bambini ci si innamora di questo magico sport.

Oggi i giovani valutano le qualità dei giocatori non solo per come si comportano in campo ma soprattutto per quello che ruota intorno a loro. Il criterio per cui un giocatore viene considerato “buono” o “non buono” dipende dall’ingaggio, dagli sponsor, dal valore nel Fantacalcio o addirittura dal livello raggiunto su Fifa. Cosa ne pensi?
Penso che questo criterio di valutazione sia lo specchio del processo di virtualizzazione cui stiamo assistendo, tanto nel mondo dello sport, quanto in ogni altro ambito. Ai bambini, così come ai ragazzi, consiglio di spegnere la console ed invadere gli stadi, per tornare a sentire l’odore dell’erba che stordisce a bordo campo e – nel caso degli stadi inglesi – quella puzza di aceto e birra che potrà anche infastidire, ma che rappresenta sensazioni così vivide che nessuno schermo nero riuscirà mai a trasmettere.

Per una società di calcio cosa può fare un filosofo e, in caso, cosa farebbe Raffaele se gli venisse chiesto aiuto?
Questa domanda dovrebbe essere rivolta al mio socio (assieme a Manuela Ronchi) Demetrio Albertini, neo Presidente del Settore Tecnico della FIGC. Un filosofo può arricchire il modo in cui si percepisce il mondo del calcio, contribuendo con una visione alternativa rispetto a quella ristretta con cui spesso si considera questo sport. Il calcio è un veicolo per trasmettere grandi ideali e può essere il più potente strumento di educazione sociale, in grado di sostenere e persino elevare il nostro Paese. Ciò a patto di comprendere come la comunicazione, soprattutto nell’utilizzo dei social network da parte dei calciatori, rivesta un ruolo fondamentale. Infine, che cosa farebbe Raffaele Tovazzi se gli venisse richiesto aiuto? Rivolgerebbe al suo interlocutore una semplice «In che modo pensate di costruire, attraverso il calcio, un mondo migliore?»

www.raffaeletovazzi.com

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Lara Mazza

Lara Mazza

Agli studi scientifici ha preferito la filosofia, la scrittura, la fotografia e poi la comunicazione. Così, a forza di parlare per lavoro e scattare per diletto, sono passati un bel mucchietto di anni. Il tempo passa, la vita corre ma la passione resta. Se su due ruote o accompagnata da un quattro zampe meglio ancora.

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