L’arte al tempo dei social

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Intervista a Elisabetta Roncati, esperta d’arte, influencer e ideatrice del progetto “Art Nomade Milan” che dà voce ad artisti e creativi emergenti.

I social network sono ormai da tempo “luoghi” frequentatissimi e deputati ad aumentare la visibilità su sé stessi, il proprio lavoro e le proprie passioni. Elisabetta Roncati ha solo 32 anni, ma da molti si muove con disinvoltura nel mondo dell’arte. Sul suo profilo Instagram, che vanta 37 mila follower, si definisce: “Spirito nomade che guarda all’arte senza preconcetti.” Figlia dei suoi tempi, ha all’attivo una laurea, diversi Master e molte collaborazioni prestigiose con il Mart, il Mudec, i Musei Civici di Genova e con alcune fiere di settore italiane e straniere come Paratissima, Affordable Art Fair e 1-54 Art.

Genovese di nascita e milanese d’adozione, Elisabetta Roncati ha deciso di unire la sua formazione universitaria di stampo economico/manageriale alla sua grande passione per la cultura con un obiettivo: avvicinare le persone al mercato dell’arte in maniera chiara e altamente professionale. È nato così il progetto Art Nomade Milan, ovvero un blog che recensisce eventi e dedica approfondimenti a qualsiasi forma di espressione artistica e culturale, senza preclusioni, con particolare attenzione all’arte tessile africana ed islamica di cui è interprete attenta, collaborando molto spesso con specifiche realtà straniere quali Art and About Africa, di cui è partner.

Ma Elisabetta Roncati non si ferma qui: offre anche servizi di valutazione di opere d’arte, art advising (in collaborazione con note gallerie), gestione di pratiche amministrative/burocratiche in ambito culturale, art writing e organizzazione di mostre ed eventi come REA ! che si terrà dal 3 a 6 settembre 2021 alla Fabbrica del Vapore a Milano.

Come è cominciato il tuo viaggio nell’arte?

La passione per la cultura mi è stata trasmessa fin da bambina. Dopo un percorso universitario orientato più al management e alla comunicazione sono tornata al “primo amore”, l’arte, registrando nel 2018 il marchio “Art Nomade Milan” con cui mi occupo di consulenza, comunicazione e creazione di contenuti digitali in ambito culturale. Ho ovviamente approfondimento le conoscenze artistiche grazie a percorsi di studio alla NABA e all’Università degli Studi di Milano Bicocca.

Come descriveresti la tua professione? Cosa significa essere un consulente d’arte oggi?

È una professione che richiede un aggiornamento costante non solo in merito alle notizie quotidiane, ma soprattutto al fiorire di nuove tendenze legate alla sfera del digitale. Soprattutto nell’ultimo anno abbiamo visto quanto il web sia diventato un elemento estremamente importante nelle nostre vite. Essere inguaribilmente curiosi è un’altra caratteristica imprescindibile per un art consultant. Inoltre io unisco la figura del consulente tradizionale, che si occupa di expertise, di gestione di pratiche amministrativo burocratiche in ambito arte e cultura, di redazione di saggi, a quella del divulgatore digitale. Ovvero una professionista con esperienza in ambito informatico e conoscenza approfondita delle principali piattaforme di comunicazione online, il cui compito è favorire la fruizione di informazioni corrette e veritiere da parte del grande pubblico. In ambito arte e cultura il divulgatore digitale sfrutta la trasformazione innescata dai nuovi mezzi di comunicazione a vantaggio del patrimonio fisso (musei, parchi archeologici) e mobile (esposizioni, eventi, festival) per attualizzare e divulgare le informazioni ad esso attinenti. Su i social media come Instagram, Clubhouse, Twitch perfino Tik Tok creo rubriche e appuntamenti, a scadenza regolare, dedicati a vari ambiti artistici e creativi.

Quali sono i servizi che offri alla tua clientela? E su quali criteri basi le tue consulenze?

Come accennavo in precedenza, oltre ai servizi legati al panorama della divulgazione digitale, come consulente mi focalizzo su valutazione di opere d’arte, gestione pratiche amministrative e burocratiche, organizzazione e curatela di mostre ed eventi, redazione di saggi e articoli oltre all’attività di art advisor. L’elemento che accomuna queste molteplici attività e che ritengo criterio fondamentale della mia operatività è la capacità di ascolto e comprensione delle esigenze di ogni singolo committente. Sia esso un artista che mi contatta per la redazione del proprio statement, un gallerista che chiede il mio supporto per lo sviluppo di un evento espositivo, un collezionista interessato ad ampliare la propria collezione o a vendere alcune opere in suo possesso. Inoltre, da un po’ di tempo, mi sto dedicando alla ricerca di talenti artistici emergenti nel panorama dell’arte africana contemporanea.

Ho letto gli studi che hai fatto e mi ha incuriosito molto il Master, questa volta alla University of Oxford, in “Islamic Art & Architecture”. Da cosa in particolare sei affascinata dell’arte e dell’architettura islamica?

Sono un’inguaribile curiosa e sono nata a Genova, città dalla forte tradizione portuale. La propensione all’incontro con le altre culture penso di averla nel sangue. Non posso menzionare un unico elemento che mi affascina dell’arte e dell’architettura islamica: sono mossa, nel mio percorso di approfondimento, dalla necessità di comprendere appieno una cultura artistica per certi versi simile e per altri dissimile dalla nostra. Conoscere mi ha aiutata ad ampliare i miei orizzonti, valutando con il mio metro di giudizio notizie di cronaca o geo politica che hanno visto il Medio Oriente protagonista negli ultimi anni, senza lasciarmi più di tanto influenzare dai mass media.

Qual è l’aspetto dell’arte che ti “piace” di più e quello che ti “piace” di meno?

Ciò che preferisco dell’arte è la sua capacità di attivare nuove modalità di conoscenza che non si basano sui canonici metodi di apprendimento utilizzati nel sistema scolastico per intenderci. L’arte attiva elementi caratteriali dello spettatore quali la curiosità, la creatività, la memoria visiva. Invece ciò che proprio non sopporto è l’atteggiamento di supponenza che, a volte, adottano certi operatori culturali. Rinchiudersi in una sorta di “turris eburnea” della conoscenza, in un circolo ristretto costituito da pochi eletti non fa altro che danneggiare il sistema cultura stesso. Riduce la possibilità di confronto, strumento di crescita fondamentale per ciascuno di noi, oltre ad allontanare una buona parte del grande pubblico.

Si parla sempre di più di donne e quote rosa in tutti i settori. L’arte a che punto è?

Per certi versi avanti, per altri molto indietro. Ma non si può generalizzare. Ci sono vari aspetti da considerare: il panorama italiano versus il sistema estero, la nicchia che si analizza all’interno del settore stesso. Ad esempio negli ultimi decenni si è molto parlato di collezioniste e mecenati, come Miuccia Prada o Patrizia Sandretto Re Rebaudengo. Ma anche nel corso della storia il ruolo delle donne su questo versante è stato fondamentale. Pensiamo a Peggy Guggenheim, a Abby A. Rockefeller, Mary Quinn Sullivan e Lillie P. Bliss fondatrici del MoMA di New York. Discorso diverso, invece, per le artiste che non hanno ancora raggiunto, dati alla mano, gli stessi riconoscimenti tributati a molti loro colleghi.

Art Nomade Milan si propone come un blog che recensisce eventi e dedica approfondimenti a qualsiasi forma di espressione artistica e culturale, senza preclusioni, con particolare attenzione all’arte tessile, africana ed islamica. Quale senti più in linea con il tuo essere?

Sinceramente mi risulta molto difficile scegliere, anche perché sono ambiti concatenati tra loro. Il tessile è una delle principali modalità espressive storicamente utilizzate dall’arte mediorientale e il mondo islamico ha profondi legami con molti dei 54 stati attualmente riconosciuti quali facenti parte del continente africano. Quindi direi che tutte e tre contribuiscono alla definizione e all’aggettivo con cui ho deciso di caratterizzare il mio progetto: “nomade”, da intendersi appunto come aperto al confronto con qualsiasi modalità espressiva che abbia una base culturale.

Che impatto sta avendo il digitale sulla tua professione? Come le vendite on-line hanno influenzato il mercato?

Più che focalizzarsi sulle vendite online per quanto riguarda la mia professione parlerei dell’impatto che ha avuto l’utilizzo massivo del digitale anche da parte di istituzioni culturali restie nel servirsene pre pandemia. Finalmente musei e altre tipologie di enti si sono accorti di quanto i nuovi mezzi di comunicazione possano agevolarli nel raggiungimento dell’utente finale. Negli ultimi dodici mesi sul versante della creazione di contenuti digitali ho avuto un notevole incremento delle richieste. Mi auguro che, quando la situazione epidemiologica volgerà al termine, non si abbandonino gli sforzi fatti in questo campo. L’esperienza virtuale non potrà mai sostituire la visita fisica, ma può essere un validissimo ausilio in vista dell’obiettivo comune: la soddisfazione del pubblico, la sua fi-delizzazione e la crescita di una coscienza critica orientata all’apprezzamento e comprensione dell’importanza dell’arte e della cultura nelle nostre vite.

Perché abbiamo bisogno dell’arte nella nostra vita?

Perché amplia i nostri orizzonti, allarga le vedute e le modalità di comprensione di ciò che ci circonda, oltre a facilitare le relazioni con l’“altro da sé”. A volte l’arte riesce anche a “predire il futuro”. Sul serio: se guardiamo alla storia molto spesso i grandi artisti erano incompresi dal grande pubblico a loro coevo in quanto trasmettevano con le loro opere elementi talmente di rottura e innovazioni che sono stati totalmente compresi e apprezzati solo molti anni dopo la loro scomparsa.

Che differenza fa per te essere circondata dall’arte ogni giorno?

Mi permette di respirare. Non vorrei scadere nel banale, ma credo che “la bellezza salverà il mondo” e l’arte è di per sé bellezza, indipendentemente dall’opera su cui ci si focalizza. La bellezza insita nella libertà di esprimersi. Inoltre in questi ultimi dodici mesi, vista la permanenza forzata in casa, ho deciso di circondarmi di cultura anche tra le pareti domestiche. Libri, saggi, multipli d’artista, opere di cui spesso vengo omaggiata dai creativi stessi mi hanno fatto compagnia in questi mesi così difficili per tutti noi.

Ricordi qualche particolare esperienza artistica che ha letteralmente cambiato il modo in cui percepisci il mondo e vivi la tua vita?

In realtà ce ne sarebbero tantissime da elencare, tra viaggi all’estero e visite a prestigiose fiere e istituzioni culturali, ma forse quello che a posteriori mi ha segnato più nel profondo è stato il mio primo viaggio in Marocco per partecipare alla 1-54 Art Fair. Lo ammetto, mi sono sentita davvero a casa, in una dimensione di pace e sospensione dal tempo e dalle preoccupazioni quotidiane. Effettivamente non vedo l’ora di tornare, anzi di visitare anche altre nazioni africane. Mi mancano moltissimo determinati suoni, profumi, colori. E poi finalmente potrò sperimentare sul campo la mia conoscenza della lingua araba, di cui sto approfondendo sempre più lo studio.

Se avessi il potere politico, come vorresti portare un cambiamento nel mondo dell’arte?

Domanda difficile perché i problemi di base che affliggono il sistema culturale italiano sono tantissimi e con certe previsioni si rischia di scadere nell’utopico. Se si ragiona considerando la situazione pre pandemica a numerose istituzioni mancavano fondi per gestire perfino le normali aperture o la messa a norma di elementi architettonici atti a favorire la visita di persone diversamente abili. Inoltre il personale era molto spesso assunto da cooperative che non sempre hanno funzionato a regola d’arte. Quindi le questioni da affrontare sarebbero davvero molteplici. Se però dovessi scegliere opterei per un maggiore riconoscimento del ruolo delle giovani generazioni in ambito culturale.

Fermati un istante e vai oltre la logica: fingi di poter passare un giorno a visitare i tuoi luoghi d’arte preferiti con una persona (viva o morta) che ha influenzato la tua passione per l’arte. Dove andresti, con chi e perché?

Andrei alla Pinacoteca di Brera per visitarla con il suo direttore, James Bradburne, o agli Uffizi, magari accompagnata da Eike Schmidt. Sono due luoghi simbolo dell’arte italiana e i rispettivi responsabili stanno conducendo un lavoro eccezionale, oltretutto in un periodo così difficile per il mondo intero e per le istituzioni culturali in modo particolare.

 

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Lara Mazza

Lara Mazza

Agli studi scientifici ha preferito la filosofia, la scrittura, la fotografia e poi la comunicazione. Così, a forza di parlare per lavoro e scattare per diletto, sono passati un bel mucchietto di anni. Il tempo passa, la vita corre ma la passione resta. Se su due ruote o accompagnata da un quattro zampe meglio ancora.

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