Moda, primo amore

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A tu per tu con la giovane designer Lavinia Fuksas, creatrice della linea di gioielli che porta il suo nome e ideatrice del progetto “Non ti ho detto mai” con la partecipazione di Antonio Marras. Sogni nel cassetto: una mostra, un libro e una collezione, tutto all’insegna dell’inclusione e della diversità.

Cresciuta in un ambiente culturalmente attivo, Lavinia Fuksas si interessa sin dai primi anni di studio alla commistione tra arte e moda. Nonostante la sua formazione economica presso l’Università Luigi Bocconi di Milano, preferisce esperienze lavorative in gallerie d’arte, collaborazioni con aziende emergenti e Maison di moda come Azzedine Alaïa. Da qui al frequentare corsi di formazione presso la Central Saint Martins di Londra e lo Studio Mode di Parigi il passo è stato breve. Ma non le è bastato perché, in seguito, la aspettavano la Parson School of Design, un master in Fashion design in Marangoni e Architettura a Parigi. Un percorso completo e articolato che l’ha portata a esprimere tutta la sua creatività e a diventare un’affermata designer di gioielli e, non dimenticando il suo spiccato senso per gli affari, business developer presso lo studio Fuksas*.

Come è iniziata la tua storia creativa?
Credo di poter dire di aver iniziato da bambina ad approcciarmi alla vita in maniera creativa, dai regali per i miei genitori, che costruivo rifugiandomi di nascosto nella sala plastici dello studio di Roma, facendomi aiutare dai ragazzi che vi lavoravano, ai corsi di ceramica, di arti plastiche, o semplicemente accompagnando mia madre a fare acquisti aiutandola nella scelta o nello styling. Ricordo perfettamente il momento nel quale ho capito di voler lavorare nella moda, che poi è il mio primo amore, e tutto ciò che oggi sono e faccio ne è un’evoluzione. Ricordo che eravamo in un negozio a Roma e mia madre stava provando dei cappotti di Comme des Garçon, totalmente destrutturati. Mi guardava aspettandosi un “macché sei pazza” ed invece le gridai “compralo, un giorno sarà un pezzo da archivio, o qualcosa del genere, questa è arte!

A quale progetto o collezione sei più affezionata?
Sicuramente AdMater, la mia linea di gioielli, rappresenta il momento nel quale sono cresciuta ed ho trovato il mio posto nel mondo. Per anni poi ho pensato di prendere vie alternative, ma come si dice il primo amore non si scorda mai. La creatività è sempre in movimento e in evoluzione, ora sono pronta a ripensare me stessa e il mio modo di creare. Sicuramente sento il bisogno di autenticità e concretezza

A chi si rivolgono le tue creazioni? E quale messaggio vorresti che arrivasse attraverso di loro?
Le mie creazioni si rivolgono a persone autentiche, forti o che stanno cercando quella forza. Sono fluide e preziose ma allo stesso tempo ruvide. Credo che si possano paragonare all’essere umano, sempre unico, che nasconde però quella sua ricchezza, tenerezza e forza al suo interno. Ho sempre pensato che il vero lusso risiedesse all’interno e che la vera grazia stesse proprio nel non mostrare. Nel futuro prossimo potrete sicuramente aspettarvi l’integrazione di pietre preziose e semi, ma vedrete, sempre a modo mio.

Parli tre lingue, sei plurilaureata e stai continuando a studiare; lavori nell’azienda di famiglia e sei una riconosciuta designer. Hai solo 26 anni: come hai vissuto questo percorso sino ad ora?
In realtà ne parlo quattro (ride), direi che non si finisce mai di studiare.
Credo che la conoscenza sia l’unica cosa che di questi tempi ti differenzia da tanti “fenomeni”. Alle volte mi fermo a pensare, a come mai in Italia e nel resto del mondo si possa dar così poco valore alla cultura. Proprio in un paese che ne è intriso, mi chiedo come possa esser possibile che ancora si pubblichino libri scritti da persone prive di cultura, senza grazia né tantomeno sensibilità, che poi la maggior parte delle volte, non li scrivono neanche loro.

“Portare” un cognome così importante cosa significa per te?
Tra mia sorella ed io, abbiamo risposto troppe volte a questa domanda. Difficile da giovani, ma poi capisci che è una fortuna, non saremmo come siamo ora, come del resto, se ci pensa, non lo sarebbe nessuno, neanche lei. Siamo tutto ciò che viviamo e vediamo: famiglia, viaggi, amori, letture.

Che obiettivi ti sei prefissata di raggiungere a medio-lungo termine?
Essere la migliore versione di me stessa. Concentrarmi sul lavoro, sulla mia collezione di gioielli, sul diventare architetto (ride ancora) e sul dare una voce agli altri. Dobbiamo lasciar andare quella seppur minima parte di egoismo intrinseca a tutti noi per guardare ad un benessere generale. Il bene comune è l’unica possibilità, ai miei occhi, per ripartire in maniera positiva.

E nel breve periodo, vista l’emergenza che stiamo vivendo?
Il lungo periodo è la diretta conseguenza del breve periodo, direi che è tutto un processo. Comunque sto cercando di portare avanti un progetto che sfocerà in beneficienza a favore della sanità pubblica.

A cosa ti stai dedicando in questo momento?
Disegno la nuova collezione di gioielli, e preparo una mostra!

Questo periodo di pausa per molti è stato un momento creativo, tu come lo hai vissuto?
Ho ripensato il mio modo di creare, alle mie abitudini e al mio modo di guardare al futuro, con prospettiva. I veri artisti vivevano della loro arte, “arte per arte” e non in vista di un guadagno o di un percepito d’immagine. Io voglio “creare per creare”, ma pensando alla collettività e dunque creare cose, oggetti e storie che facciano sentir bene le persone che indossano od osservano le mie creazioni.

Hai lanciato un progetto digitale estremamente sofisticato e democratico che si intitola
#nontihodettomai, insieme all’icona del design e della moda Antonio Marras, di cosa si tratta?

#nontihodettomai nasce durante il periodo “buio” che abbiamo vissuto, l’ho osservato e ricondotto ad una sorta di medioevo, volevo che vi fosse un risveglio della creatività. Soprattutto volevo dare una voce a chi non è molto fortunato e non ha un palcoscenico sul quale esprimersi. Una sorta di collettivo di creativi, sognatori, cinici e romantici. La prima persona alla quale ho pensato è stata appunto Antonio Marras, che, sin dal primo messaggio  intercorso tra noi, mi ha supportato. Ho imparato tantissimo ed ho riscoperto la bellezza dell’umanità grazie a questo progetto ma anche grazie alla sua sensibilità; sono estremamente contenta dell’aver avuto occasione di ascoltarlo ed osservarlo seppure da lontano.

Qual è stato il momento più importante, più evocativo che hai vissuto con lui?
Vissuto non saprei, però durante le nostre conversazioni telefoniche ricordo un “finalmente riesco a vedere le stelle”. Né io né lui in realtà. Era un suo ricordo, un racconto di una frase detta da una persona, a lui. In quel particolare momento ho pensato ad una cosa, se vuole banale, che siamo fortunati e che ciò che per noi magari rappresenta la normalità non andrebbe dato per scontato. Siamo abituati al bello, meraviglioso, ma bisogna sempre guardare, osservare e re-imparare a vedere e conoscere il mondo.

Lo conoscevi già?
In realtà no, forse di vista, ma seguivo il suo lavoro sin da bambina, e, non appena arrivata a Milano fu una delle prime sfilate alle quali andai. Mi ha sempre affascinato la dimensione di mondo, sogno, luce e ombra attorno a lui

Cosa significa per te essere democratica e inclusiva? Pensi che sia il nuovo punto di vista con cui d’ora in poi vedere il mondo nelle sue varie sfaccettature?
Sono convinta che per ricominciare in maniera positiva, per far ripartire l’Italia in maniera sana è necessario avere un approccio diverso, sconvolgere ciò che è stato. Qualche anno fa il quotidiano La Repubblica mi intervistò riguardo al dramma dei licei a Roma: il problema oggi come allora è sempre lo stesso, l’inclusività e il vedere tutti allo stesso modo. Non è possibile che nel 2020 ancora esistano emarginazioni sociali e discriminazione. Per inclusività intendo il gesto più semplice, rappresentato dal dire un buongiorno in più, al dar voce a chi sente il bisogno di dire qualcosa o semplicemente esistere in questo mondo che il più delle volte si dimentica dell’essere umano in quanto tale.

Che responsabilità è essere membro della famiglia Fuksas e erede di una famiglia così importante di creativi?
Rispetto per il passato, sguardo al futuro, cultura, amore e passione. Dedizione e costanza. Questo significa far parte della mia famiglia, e questo è ciò che io e mia sorella intendiamo portare avanti.

Dicono che tu sia una ragazza molto sincera, allegra, che non ama la stanzialità e sei sempre alla ricerca di forti emozioni. Chi è davvero Lavinia Fuksas?
Alle volte sarebbe meglio non lo fossi, il più delle volte non conviene, ma alla fine non si può vivere male, per ciò che sarebbe meglio fare o non fare, essere o non essere. Sono una persona che delle sue fragilità, tante, ne fa una forza; credo nel non abbattersi e nell’avere uno sguardo ottimistico alla vita. Credo che quei momenti di malessere, che tutti almeno una volta abbiamo provato, siano i momenti dove avviene quel click, quel qualcosa in più che fa la differenza. Proprio in quei momenti, per quanto mi riguarda, avviene la creazione, quasi catartica. Vivo per le emozioni, amo l’amore, i ricordi, ma guardo al futuro, non mi fermo mai. Non so esattamente chi sono, non amo le etichette, l’unica certezza che ho è quella di essere vera, e per ora mi basta questo.

Se potessi dare un consiglio cosa cambieresti nei meccanismi del fashion system che non ti piacciono, o che trovi obsoleti o che pensi possano essere migliorati?
Il mio primo lavoro nella moda è stato da Azzedine Alaïa, iniziato come stagista, rimasta due anni. Non è stato un lavoro, mi ha insegnato piuttosto a vivere in un certo modo, e alcuni valori fondamentali. Una scuola di vita.
Pensi che ancora studiavo in Bocconi, e tornavo a dare gli esami.
Alaïa mi ha insegnato ciò che alla fine professo. Il mondo della moda è sicuramente saturo, troppe collezioni, troppi marchi, troppo tutto. Bisognerebbe ricordarsi che la moda, non è un mero mondo commerciale, che ci sono tempi di creazione, sviluppo, ricerca, concezione. È un atto creativo e quest’ultimo non può essere dettato da periodi cosi serrati e a comando.
Bisognerebbe produrre meno, con processi più lenti, sì; i prezzi si alzerebbero, (che poi, se i margini non fossero così alti, neanche tanto), come però la qualità dei capi, e si ammortizzerebbero. Pensi che bello poter indossare un capo che non si scuce la terza volta che lo si indossa. Pensi che bello sarebbe il non avere fabbriche sature di dipendenti sottopagati e maltrattati.

Qual è la tua visione estetica? E cosa ti rende fedele a questa tua visione?
“Less is more” ma con un tocco distintivo. Una gonna in seta nera, rigorosa, rigida, che ti stupisce e, in fondo, nascosto, vi è un ricamo, una piuma, qualcosa di speciale.
Una struttura semplice, soffitti altissimi, e poi una parete particolare… dévoré, oro? Non so

In passato hai utilizzato dei codici di rappresentazione precisi dell’universo femminile, dell’idea di donna e di madre, a cui ti sei ispirata per le tue collezioni di gioielli. Puoi raccontarci quali sono e come sono nati?
Credo nella donna, nei codici ed amo l’idea che da un atto di amore possa nascere un mondo.

Se potessi esprimere un desiderio, oggi cosa chiederesti?
Non avere paura dell’amore.

Progetti per il futuro?
Un libro? Una mostra? Una collezione? Tutto? Vedrete…

*Lo studio Fuksas, guidato da Massimiliano e Doriana Fuksas, è uno dei più affermati studi internazionali di architettura nel mondo. Tra le opere più conosciute: la Nuvola all’Eur di Roma, la Fiera Rho-Pero di Milano, l’aeroporto di Shenzhen, gli Armani Store.

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Lara Mazza

Lara Mazza

Agli studi scientifici ha preferito la filosofia, la scrittura, la fotografia e poi la comunicazione. Così, a forza di parlare per lavoro e scattare per diletto, sono passati un bel mucchietto di anni. Il tempo passa, la vita corre ma la passione resta. Se su due ruote o accompagnata da un quattro zampe meglio ancora.

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