Il giornalismo secondo Giulia Crivelli

Il giornalismo secondo Giulia Crivelli

Esistono voci capaci di farsi bussola in un panorama informativo sempre più frammentato e rumoroso. Quella di Giulia Crivelli, firma storica de Il Sole 24 Ore e voce familiare di Radio 24, è una di queste. In un’epoca in cui l l’accuratezza sembra aver lasciato il posto alla velocità, Giulia rivendica il valore del "tempo dello studio" e la necessità di un giornalismo che non sia solo performance, ma autentico servizio al lettore.

Dalle analisi puntuali del sistema moda alla rassegna stampa internazionale, il suo approccio rifugge le etichette per abbracciare una visione olistica della professione: un mix di curiosità insaziabile, etica della responsabilità e quella rara capacità di “mettersi nelle scarpe dell'altro". In questa intervista, esploriamo con lei la metamorfosi dei media, il pericolo del narcisismo digitale e l'importanza di restare umani, anche - e soprattutto - dietro un microfono o uno schermo.



Giulia Crivelli Festival Economia Raffaella Carra 600x

Giulia Crivelli. Festival dell'Economia "Raffaella Carrà tra mito e moda".



Il tuo lavoro spazia dalla rassegna stampa del mattino su Radio 24 - che richiede sintesi rapida e incisiva - a inchieste e approfondimenti complessi. Qual è stato il percorso professionale che ti ha portato a sviluppare una tale versatilità e a non rimanere mai in superficie?
«Credo che esista un solo tipo di giornalismo. Al di là del mio percorso personale prima di approdare a questa professione, ho sempre pensato che non esistano compartimenti stagni: il giornalismo di moda, sportivo o politico seguono tutti lo stesso principio di base. È chiaro che i ritmi cambiano a seconda del settore, ma il fondamento resta cercare l’obiettività, per quanto un’obiettività assoluta, priva di ogni preconcetto, sia quasi impossibile. C'è poi il tema del rispetto per il lettore. Noi produciamo un contenuto che è, a tutti gli effetti, un servizio venduto a un cliente. Se il patto di fiducia si rompe violando l'onestà del racconto, riconquistarlo richiede moltissimo tempo, ammesso che sia possibile. Per fare questo mestiere servono curiosità e umiltà: se perdi l'interesse per ciò che non conosci o l'umiltà verso chi agisce diversamente da te, smetti di essere un buon giornalista. Sulla versatilità, mi piace molto la radio; uso spesso la metafora della barca a vela: non si può fingere. In diretta, quello che dici resta lì. È una lezione di umiltà costante perché un errore non si cancella come su un foglio. Forse per natura non ho mai avuto problemi a parlare in pubblico, e usare mezzi diversi rende il lavoro stimolante. Anche quando lavoro molte ore, non sento il peso: quando fai ciò che ti piace, a volte non sembra neanche lavoro».
 
 
Il giornalismo è spesso considerato un servizio pubblico. Quanto credi che la personalità e la sensibilità di un giornalista siano fondamentali per trasmettere le notizie in modo significativo per il cittadino?
«Qui ci sono differenze tra i mezzi. Il video è il mezzo più pericoloso perché la televisione rischia di trasformarti in una sorta di divo innamorato di se stesso. Me lo diceva spesso Giancarlo Santalmassi, un grande maestro: la televisione può rovinare chi la fa perché il narcisismo rischia di prevalere sull'informazione. Sui social e nei video brevi il pericolo è ancora maggiore. Bisogna avere un’extra-responsabilità per non farsi travolgere dalla spinta narcisistica. Io stessa realizzo dei video brevi di tre minuti sulla moda perché mi viene richiesto, ma li considero la parte più "scivolosa" della mia produzione. In quel formato è facile che la tua faccia o il tuo look finiscano per oscurare il contenuto e l'obiettività, distogliendoti dal mettere l'utente al primo posto».

 

Ti occupi di temi molto distanti: moda, economia, attualità internazionale. Quale metodologia usi per spaziare con competenza tra settori così diversi?
«Ho iniziato a fare la giornalista professionista a 29 anni, dopo aver fatto molti altri lavori. Per anni sono stata solo una lettrice e questo mi ha aiutato a non ripetere i difetti che criticavo da utente. La passione per gli esteri mi aiuta a "non guardarmi l'ombelico". Mi ricorda costantemente che essere nata a Milano in una famiglia che ha valorizzato la mia istruzione è un "incidente genetico", un colpo di fortuna che va onorato con il lavoro e l'umiltà. La moda è arrivata per esigenze redazionali al Sole 24 Ore. Ho scoperto un'industria che in Italia vale 100 miliardi di euro, con una filiera complessa che riserva sorprese ogni giorno. Se però mi chiedessero di scrivere di un tema che non conosco, come la nautica o la crisi delle api, la mia regola è studiare. Detesto le interpretazioni in tempo reale: per commentare bisogna studiare, altrimenti si scrivono sciocchezze. Nella stampa anglosassone spesso si cambiano i settori ai giornalisti ogni tot anni per evitare che i rapporti di amicizia con le fonti compromettano l'obiettività. È un'arma a doppio taglio: la specializzazione ti rende più affidabile, ma devi essere pronto a dare una notizia negativa anche su un'azienda che stimi».

 

Spesso hai un approccio empatico verso i temi che tratti. Quanto è difficile mantenere questa umanità in un mestiere che a volte richiede distacco e spirito critico?
«È un bell'esercizio. Mi viene in mente la canzone dei Depeche Mode, Try walking in my shoes. Quello che mi spaventa oggi è la reazione "di pancia" amplificata dai social. Un giornalista non dovrebbe mai agire d'impulso. Io spero di non perdere mai questa empatia. Non esiste in natura un altro animale che faccia del male ai propri simili senza motivo, come facciamo noi esseri umani».

 

Come gestisci gli "haters" e la rabbia che arriva attraverso i canali diretti, come i messaggi in radio?
«Li vedo tutti sullo schermo in diretta. Ci sono critiche utili - come quando mi correggono su un dato geografico e io ringrazio - e poi ci sono gli attacchi violenti. Una volta provavo a rispondere privatamente chiedendo: "Perché tanta rabbia?". Spesso la gente negava o si scusava. Oggi invece noto quasi un orgoglio nel rivendicare l'insulto. Ci rimango male, non mi rimbalza mai addosso, ma la mia battaglia personale è non rispondere mai a tono. Non cado nella trappola dell'odio».

 

Qual è la sfida più grande nel preservare autorevolezza e integrità nel "turbinio" dei social media e delle fake news?
«Uso i social in modo quasi passivo; sono fonti di informazione ma mi spaventano. Con l'intelligenza artificiale generativa sarà sempre più difficile distinguere il vero dal falso. Reagisco cercando di fare ciò che ho sempre fatto: controllare le fonti, non usare toni esagerati e dedicare ore, non secondi, a un ragionamento. Mi consola vedere che sui siti affidabili gli articoli più letti sono spesso quelli più lunghi. Significa che c'è ancora voglia di approfondire. Se ci casca uno come Stephen King -  che è un genio ma ha recentemente condiviso un video fake scusandosi subito dopo - significa che il pericolo è reale per chiunque. Bisogna stare attentissimi».

 

Rispetto a quando hai iniziato, il giornalismo è cambiato in meglio o in peggio? Cosa ti appassiona ancora?
«È cambiato in peggio, in un circolo vizioso economico. Quando nel 1998 abbiamo iniziato a dare le notizie gratis online, abbiamo rotto il modello di business. Senza risorse, la qualità scende, chiudono le sedi all'estero e il livello della scrittura si impoverisce. Vedo anche molto narcisismo nei giovani, attirati dalla visibilità immediata dei video. Manca  l'apprendistato, il rapporto maestro-allievo che c'era una volta nelle redazioni. Tuttavia, resto convinta che senza un'informazione libera e responsabile stiamo tutti peggio. La domanda di qualità esiste ancora, ed è lì che bisogna lavorare».

 

Cosa consiglieresti a un giovane che vuole intraprendere questa carriera oggi?
«È dura. Consiglierei di cercare una specializzazione forte, magari in ambiti complessi come la tecnologia o la scienza, dove servono competenze profonde. E poi bisogna essere disposti a fare tanta pratica, un apprendistato che purtroppo oggi spesso non è pagato. Come diceva un celebre film sull'industria del tabacco: non fate i giornalisti se volete diventare ricchi. Fatelo se volete un lavoro divertente, onesto e che vi permetta di restare curiosi del mondo».

Lara Mazza

Lara Mazza

Agli studi scientifici ha preferito la filosofia, la scrittura, la fotografia e poi la comunicazione. Così, a forza di parlare per lavoro e scattare per diletto, sono passati un bel mucchietto di anni. Il tempo passa, la vita corre ma la passione resta. Se su due ruote o accompagnata da un quattro zampe meglio ancora.
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