Parole. Da veicoli di significato a segni, quasi magici, capaci di dipingere mondi interiori e scolpire l'anima. Stefano Epis non si limita a usare le lettere per comporre frasi, ma le libera dalla loro prigione semantica, trasformandole in esseri viventi, in atomi di un universo visivo in continua espansione. Nelle sue mani, ogni carattere è una pennellata, un frammento di luce o di ombra che si unisce agli altri in una danza complessa e armoniosa.
Ogni sua opera è un ritratto inusuale, un mosaico di segni che celano storie e sussurrano messaggi nascosti a chi ha la pazienza di decifrarli. Non sono solo creazioni, ma echi di un pensiero che si fa forma, dove il rigore del bianco e nero si scontra con la vibrante energia delle forme scomposte. È un linguaggio che affonda le sue radici nella tradizione, ma sboccia nel fiore dell'innovazione, portando l'arte fuori dalle gallerie e facendola abitare gli oggetti di ogni giorno. Con lui, esploriamo un sentiero in cui le parole non si leggono, ma si ammirano, si sentono e, infine, si vivono. Entreremo in un mondo dove la tipografia non è solo un mezzo, ma l'anima stessa dell'arte.

Stefano Epis, ritratto.
Quando hai scoperto la tua passione per la manipolazione delle lettere e come sei arrivato a trasformarla nel fulcro del tuo linguaggio artistico?
«È nato tutto per gioco nel 2011, dopo aver trascorso più di vent'anni nel mondo editoriale. Ho cominciato a guardare la tipografia con occhi diversi, non più solo come strumento di comunicazione, ma come materia viva da manipolare, scomporre e trasformare in qualcosa di completamente nuovo. "Ri-Tratto" è stato il mio primo esperimento: opere bidimensionali che raccontavano storie. All'inizio i protagonisti erano la mia famiglia e qualche amico stretto, poi tutto è cresciuto. La svolta vera è arrivata nell'ottobre 2013, quando la mia opera "Ri-Tratto a Pinco Pallino" è stata selezionata e venduta da Sotheby's a Milano. Quello è stato il vero inizio del mio viaggio artistico. Da lì ho iniziato a creare personaggi anche immaginari, mescolando realtà e fantasia, con composizioni grafiche intrise di ironia: Pinco Pallino, Cippalippa, Tizio & Caio (che scherzosamente definivo i "pettinatori di crine" di Giulio Cesare), solo per citarne alcuni. Pian piano ho sviluppato quello che oggi chiamo il mio "linguaggio scomposto": un'impronta distintiva che invita chi guarda a scoprire parole nascoste. Qualcuno mi chiama "il poeta della Type Art" perché vado oltre la comunicazione tradizionale, creando un universo visivo dove le lettere danzano, si sovrappongono e nascondono messaggi che non si colgono al primo sguardo».
Il tuo processo creativo si basa molto sulla sperimentazione. Ci sono stati momenti in cui un esperimento inaspettato ha influenzato profondamente il tuo stile o il messaggio delle tue opere?
«Ogni opera vive di vita propria. Spesso nemmeno io so dove approderò, è come se la mia mano venisse guidata dalle lettere stesse. La mia ricerca artistica è in continua evoluzione, sempre alla ricerca di nuove tecniche e materiali. Non uso solo colori, ma sperimento anche con altri elementi, come il legno, che dà tridimensionalità e gioca con la luce. Un momento cruciale è stato scoprire la mia dislessia a 50 anni: mi ha fatto capire perché la mia mente funziona in modo particolare quando sviluppo le mie idee, con un approccio non convenzionale alla realtà. Quello che da ragazzo era un ostacolo, oggi è diventato la mia forza nel rapportarmi con l'arte».

Stefano Epis. "È tutta una questione di segni?" Il primo Art Pocket creato in collaborazione con il team di DesignCircus®. 100 pezzi numerati dall’autore.
La tipografia nelle tue opere viene trattata come un'entità indipendente. In che modo il significato che attribuisci alle lettere riflette la tua visione del linguaggio o della comunicazione moderna?
«Per me le lettere sono creature viventi, con la capacità di generare forme uniche. Non mi interessa usarle come semplici veicoli di comunicazione banale. Quello che cerco è creare un dialogo tra l'immagine e la storia che racconta, invitando chi guarda a scoprire i messaggi nascosti. Trasformo i miei segni in qualcosa che va oltre l'arte concettuale, qualcosa che stimola chi incontra le mie opere a interpretarle e a lasciarsi emozionare».
La combinazione tra tradizione e innovazione è centrale nel tuo lavoro. Come riesci a mantenere questo equilibrio e quale importanza attribuisci alla cultura visiva del passato nella tua ricerca artistica?
«Mi piace smontare la realtà e poi ricomporla secondo schemi nuovi, cercando sempre un equilibrio e un'eleganza nelle forme che creo. La cosa che caratterizza le mie opere fin dall'inizio è che contengono sempre un messaggio positivo, è la mia firma invisibile».

Stefano Epis. Inferno / Dante Plus 2025.
Hai parlato della potenza delle parole trasformate in arte. C'è un messaggio universale o personale che cerchi di comunicare con le tue creazioni?
«Voglio democratizzare l'arte, portarla nella vita di tutti i giorni. Quando creo un'opera, non penso solo alla galleria dove verrà esposta, ma anche a come potrebbe "vestire" oggetti quotidiani. È questo approccio che mi ha portato a collaborare con diverse aziende, contaminando i loro prodotti con il mio segno distintivo».
Il bianco e nero nelle tue opere sembra avere un valore estetico e concettuale profondo. Come ti sei avvicinato a questa scelta cromatica e quali emozioni o sensazioni desideri evocare nel pubblico?
«Il bianco e nero sono la mia firma, il mio marchio di fabbrica. Il bianco rappresenta purezza, innocenza, uno spazio aperto a infinite possibilità. Il nero porta con sé mistero, profondità, intensità. Uso questi due colori per creare opere rigorose ma sorprendenti, che catturano subito l'attenzione di chi le guarda».

Stefano Epis. Zodiac / for Wall Pepper Group
Guardando al futuro, quale evoluzione immagini per la tua Type Art e come pensi che il tuo lavoro possa dialogare con le nuove tecnologie e i cambiamenti nel panorama artistico globale?
«Vedo davanti a noi un futuro in cui molto rischia di essere banalizzato: prima nella comunicazione, poi nel design e forse anche nell'arte. Ma l'arte vera resterà sempre un mondo a parte: fare arte significa esprimere ed emozionare, toccare l'anima. L'intelligenza artificiale può nutrirsi delle nostre esperienze, ma noi saremo sempre un passo avanti. Certo, ci saranno artisti che sfrutteranno queste tecnologie per le loro opere, e sono liberissimi di farlo, ma è un'altra cosa. Sporcarsi le mani con i colori ti dà un'adrenalina che nessun click del mouse potrà mai eguagliare».

Stefano Epis. My Baby.
In un mondo che rincorre la perfezione algoritmica, l'arte di Stefano Epis ci ricorda che la vera bellezza si nasconde nel caos creativo, nel coraggio di scomporre le regole e nell’entusiasmo di toccare con mano la materia. Scoprire le sue opere è come lasciarsi guidare in un viaggio dove l'alfabeto non è una gabbia, ma una terra di confine tra l'arte che conosciamo e quella che non osiamo ancora immaginare.











