Patricio Reig, argentino di nascita ma anche colombiano, spagnolo e italiano di adozione, vive le arti con naturalezza, come un patrimonio genetico che gli appartiene. Ma è la fotografia - come mezzo espressivo e come oggetto fisico da vedere e da toccare - ad essere al centro dei suoi interessi e delle sue ricerche. Ce ne parla in questa intervista realizzata nella sua casa-atelier milanese fotografata da Marco Scarpa.
Sfugge. A qualsiasi definizione o categoria. Perché è pittore e fotografo, scrittore e musicista. «Un artista» azzardo, ma la parola lo infastidisce e mi dice «sono un lavoratore dell’arte» riferendosi ai tempi lenti del processo creativo, agli errori, all’importanza della riflessione su ciò che si sta facendo, così lontana dalle verità “leggere” e veloci dei social. E la casa-atelier di Patricio Reig - dove ha avuto luogo l’intervista - è parte integrante di questa biografia, forse la più importante, perché rivela tutte le sue attività e passioni: foto-ritratto in grande formato appese alle pareti - il cuore della sua ricerca e del suo lavoro - migliaia e migliaia di fotografie, documenti, diari acquistati in ogni parte del mondo appiccicati un po’ ovunque e archiviati nei cassetti, macchine fotografiche analogiche e chitarre nello studio.
Com’è nata la tua passione per l’arte, per la pittura e la fotografia?
«Diciamo che i miei genitori erano molto vicini a questo campo, mia mamma era scrittrice e mio papà architetto. Ho sempre avuto un ambiente proclive all’arte in generale. Mio papà andava nei Barri a Bogotà (quartieri poveri n.d.r.) e scattava continuamente, in cantina ho casse e casse di diapositive degli anni ’70 (ride). E anch’io ho una formazione da architetto ma non ho mai esercitato la professione, ho sempre avuto la passione per il disegno e la pittura poi è arrivata la fotografia. Ma scrivo anche. Scrivo sempre. Ultimamente sulla fotografia. Tanto sulla storia dell’invenzione della fotografia quanto sul concetto della fotografia in sé.»
Che cosa ti muove?
«La curiosità. La curiosità è la stessa, sia che si tratti di musica, scrittura, pittura o fotografia. È come io vedo il mondo o la relazione che ho con la macchina fotografica. La macchina è una protesi, un prolungamento tra un desiderio e un fatto.»
Cosa raccontano le tue opere fotografiche? Cosa ti preme indagare?
«Come dicevo mi muove la curiosità… la curiosità per la bellezza, per l’origine delle emozioni umane. È una forma di indagine, di riflessione. Tutte le forme d’arte sono una forma di riflessione, di ri-mirare, di raccontare.»
Le tue figure femminili raramente sorridono…
«Se tu guardi, nelle fotografie del ‘900 nessuno sorride, è una forzatura. Non trovo una relazione diretta tra ritratto e sorriso. Il sorriso è relativo a un momento di felicità, è una manifestazione di gioia. Spesso il sorriso non riflette l’interiorità di una persona, è una “posa”. La fotografia non deve essere una “galleria dentale” come sui social. Un ritratto, se non ha una poetica, un’interiorità, non esiste.»
E qual è il ruolo del fotografo?
«La modella non deve comunicare con me, ma con l’infinito. È una relazione nella quale il fotografo non esiste, nel senso che non mi piace l’immagine di un fotografo “impositivo”. È una relazione tra la modella e il futuro. Ciò che esiste è la fotografia, intesa come oggetto fisico da vedere e da toccare, questa immagine rimarrà nel tempo e nello spazio. Oggi siamo abituati a lavorare con le immagini digitali, ma non sono fotografie… la fotografia è lo sbaglio… non è una difesa dell’analogico, è una difesa del capire il processo, del capire cosa succede. Se tu dai una macchina digitale a una scimmia lei… scatta, scatta, scatta! La fotografia, al contrario, ti dà il tempo di pensare, di sbagliare, ti mostra un universo.»
Hai vissuto per lungo tempo a Barcellona, poi ti sei trasferito in Italia. Questo cambiamento ha inciso in qualche modo anche sul tuo lavoro?
«C’è sempre un dialogo, uno scambio con l’ambiente. L’Italia ha una storia artistica impressionante. Leonardo lavorava qui. Lui non esiste più ma esiste il suo senso, le sue opere. Come “artista”, ma è una parola che non mi piace, diciamo come “lavoratore dell’arte” devo essere rispettoso di questa storia.»
Quali progetti hai in cantiere?
«Sto ultimando dei libri d’autore in edizione limitata, idea nata in epoca Covid, quando obbligato al confinamento ho iniziato a scomporre le mie opere cartacee, a destrutturarle e a ricomporle per dargli una forma diversa. Questo processo ha fatto sì che le immagini delle mie fotografie si potessero non solo guardare ma anche toccare, sfogliare, sentirne il rumore e il lieve odore di caffè; la distanza con il fruitore dell'opera si è ridotta e il dialogo si è fatto più vicino, più intimo.»
In un misto di italiano e spagnolo, la conversazione continua, ma nulla, nessuna parola può restituire allo sguardo la struggente bellezza delle opere di Patricio Reig. L’idea del tempo, perduto e ritrovato, ne è la trama costante. Si legge nella carta - ripiegata, sgualcita, “vissuta”, trattata con caffè e prodotti chimici - e nelle stratificazioni di documenti che vanno, insieme al soggetto, a costituire un unico tessuto. Così il passato dialoga col presente e viene strappato all’oblio. Ritratti anonimi, diari, lettere, buste vengono recuperati, gli viene offerta una nuova esistenza, una possibilità di riscatto. E ancora sono i tempi lenti della fotografia analogica - dallo scatto allo sviluppo - a scandire la genesi delle sue visioni, le ore trascorse con le modelle per trovare “il momento giusto”, lo “stare” in mezzo alla natura per immergersi in quell’atmosfera e riportarla su pellicola. Prodotte spesso in grandi formati, che le rendono straordinariamente contemporanee, le sue opere si soffermano per lo più su volti femminili ma anche là dove affronta gli oggetti, ad esempio nella serie “Último paso”(dedicata alle scarpe) c’è «il passo del tempo che ha preso la forma di una scarpa, di chi l’ha indossata. C’è l’idea dell’assenza, di un oggetto che ancora aspetta di essere calzato.» Il tempo dunque, la memoria, l’immaginazione che ricostruisce le vite degli altri si imprimono sulla carta coniugando passato e presente. E diventano “fotografie”. Per il futuro, per l’eternità.
Instagram: @patricioreig






























