Quella che andrà in scena non è una regia di Hedda Gabler di Ibsen ma una sorta di scrittura scenica che si affianca al testo originale, ritradotto per l’occasione da Liv Ferracchiati insieme ad Andrea Meregalli. Non una regia quindi, ma nemmeno una riscrittura, piuttosto un affiancamento di un nuovo materiale che esplora l’originale. Dell’opera di Ibsen, il regista illumina in particolare, due nuclei di attenzione e attrazione. Il primo, la tensione tra la fascinazione per ciò che non rientra nella norma e l’ossequio alle convenzioni. Il secondo, la sregolatezza, incarnata dal personaggio di Ejlert Løvborg, e il tentativo di dominarla attraverso l’arte.
«Ma tutti – commenta Ferracchiati – soccombono alla vita e non li salva nemmeno l’opera visionaria. L’autore sembra chiedersi quali siano, se ve ne sono, le condizioni per la felicità umana. E questi individui di fine Ottocento, incapaci di incidere, ci somigliano, sembriamo proprio noi, incastrati all’interno di odierni e ipotetici salotti borghesi, raramente in grado di assumerci delle responsabilità».
In una scena interamente di cartone, creata da Giuseppe Stellato, i cui ambienti si avvicinano e si allontanano dal pubblico, assecondando la schizofrenia tra verità e artificio, tra licenze dell’auto-finzione e aderenza al canone drammaturgico – una dialettica che si riflette anche nel raffinato e sottile gioco di commistioni tra elementi d’epoca e contemporanei che Gianluca Sbicca ha immaginato per i costumi – si muovono le attrici e gli attori








