L’analfabeta

Piccolo Teatro Milano Stagione 2025/2026

Dal 23 ottobre al 2 novembre 2025 al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano in scena L’analfabeta, un progetto di Fanny & Alexander e Federica Fracassi, diretto da Luigi Noah De Angelis.

 

NEL LABIRINTO DI ÁGOTA KRISTÓF
Conversazione con Fanny & Alexander e Federica Fracassi
(dal programma di sala dello spettacolo, a cura dell’Ufficio Edizioni del Piccolo Teatro di Milano)

 

Da dove nasce questo spettacolo?
Chiara Lagani L’idea è nata mentre allestivamo Trilogia della città di K.: abbiamo iniziato l’esplorazione del “continente Ágota Kristóf”, un labirinto irresistibile, un’autrice da leggere integralmente per ricostruire l’interezza di un percorso letterario. Inoltre, poiché Trilogia non era uno spettacolo trasportabile, ci siamo sentiti privati della possibilità di continuare a interrogare il testo insieme a pubblici diversi, come normalmente accade in tournée, e con L’analfabeta intendiamo recuperare quell’occasione.

Infine, volevamo lavorare ancora con Federica Fracassi, sia perché, quando si crea un’alchimia artistica felice, si desidera rinnovarla, sia perché lei mostrava una sorprendente identificazione fisico-carnale con Ágota. Abbiamo pensato che quella cifra fosse così intensa da invitarci a scandagliare un testo autobiografico di Kristóf per condurre a termine la nostra esplorazione del personaggio.

Quello che mettete in scena è L’analfabeta con alcuni estratti di Ieri?
CL Inizialmente avevamo pensato di fondere i due testi. In verità, L’analfabeta è già di per sé così potente – oltre a possedere una marcata dimensione teatrale – da non aver bisogno d’altro. Sopravvivono alcune rapidissime incursioni in Ieri e in altre opere, come delle citazioni, a dimostrare che tutte le creazioni di Ágota Kristóf sono tra loro collegate.

Perché avete scelto di attribuire a tutti i personaggi il volto di Federica?
Luigi Noah De Angelis Ágota Kristóf mostra una costante identificazione con i propri personaggi, li vive come parti di sé che vengono a visitarla e la nutrono: la storia raccontata nella Trilogia della città di K. e nell’Analfabeta è la sua stessa vita. Di qui l’idea di far interpretare alla sola Federica tutte le figure evocate. L’analfabeta è un esercizio di riflessione su di sé, è un continuo guardare se stessa e chiamare a sé lo sguardo del pubblico. Alla prima lettura del testo, ho avuto la sensazione che l’autrice mi chiedesse di accostarmi al corpo delle sue parole, alla loro minuzia. Da lì la nostra idea di convocare in scena l’infinitesimale dell’ingranaggio, quel tempo e quella dimensione con cui Kristóf si è confrontata quando, da rifugiata in Svizzera, si è trovata a lavorare come operaia in una fabbrica di orologi. La componente dell’oggetto da guardare al microscopio è l’asse portante del nostro spettacolo: uno dei primi gesti in scena di Federica / Ágota è chinarsi sulla lente di ingrandimento. Mentre lo compie, noi siamo spinti ad avvicinarci a lei.

Uno spettacolo e un personaggio che chiamano lo spettatore e la spettatrice ad accostarsi, ma al tempo stesso chiedono di fare un passo indietro…
CL L’analfabeta è uno spettacolo sulla memoria. Il ricordo ha questo meccanismo: se la mia mente vuole guardarlo da vicino, perde definizione e si sfoca. Se si fa un passo indietro, per recuperare una visione globale, il passato si annebbia e allora di nuovo si è portati ad accostarsi, in cerca di un appiglio. La memoria è una delle chiavi del tentativo di ritradurre in sé il ricordo; l’altra è la lingua, il secondo tema fondamentale.
LNDA Va anche detto che il ricordo, la dimensione della memoria, continuamente crea uno sfasamento temporale. L’ossessione del ticchettio che trovate in questo lavoro nasce dalla nostra idea di collocarci tra due battiti, fino a confondere i piani del presente e del passato, perché la memoria è presenza continua.

Federica Fracassi, tu che – come anche Chiara e Luigi hanno detto – hai raggiunto un’identificazione impressionante con Ágota Kristóf, sei riuscita a individuare il baricentro della scrittrice e della donna?
Federica Fracassi Da interprete che tenta un continuo approccio a un’autrice che per me rimane un enigma, sento che una delle parole cardine per definirla è sradicamento. Nell’unico documentario che abbiamo su di lei [Continente K. – Ágota Kristóf scrittrice d’Europa, di Eric Bergkraut, 1998, ndr] è lei stessa a indicare come centro della sua opera la solitudine ma più precisamente la perdita delle radici: tutti i Paesi, tutte le lingue che attraversa non sono mai la dimora definitiva, perché Ágota deve portare addosso la propria casa, averla dentro di sé. E in certi momenti dello spettacolo, per quello che “dall’interno”, riesco a percepire, ho la sensazione di compiere un viaggio dentro il suo sguardo. Lei muta di continuo tempi e luoghi, è una navicella spaziale o il guscio di una lumaca: porta con sé e su di sé le lingue, le epoche, le nazioni attraversate. È come se continuasse a tradurre la propria esistenza sulla carta, poi in un’altra lingua, poi nella memoria delle persone che l’hanno accompagnata, ipotizzando talora anche scenari differenti, come quando arriva a dire che forse sarebbe stato meglio non lasciare mai l’Ungheria. Lavorare sugli ingranaggi di un orologio è anche un’occasione perfetta per fare dei bilanci. La concentrazione su un lavoro minuzioso e ripetitivo permette un distacco, una sospensione: le sue zone protette per inventare e ricreare il passato.

Dev’essere stato divertente e sfidante essere tutti quei personaggi…
FF È un’occasione bellissima, nata un po’ per caso: quando ho proposto al Piccolo il progetto della Trilogia della città di K. non avevo pensato al mio ruolo. L’idea di Chiara e Luigi di farmi “diventare Ágota” già in quel primo spettacolo mi ha introdotto all’universo Kristóf. Se nella Trilogia avevo la funzione di convocare gli altri personaggi, nell’Analfabeta loro vivono dentro di me che li rivisito, come diceva Luigi, quasi in una seduta psicanalitica. Perciò è ovvio che mi debbano assomigliare, ma che siano anche diversi per qualche dettaglio… Per istinto e formazione non ho la predisposizione al lavoro sul personaggio inteso come “maschera altra da me”, ma seguo un processo più istintivo, una forma di evocazione interiore sottile che, nel caso di questo spettacolo, si è svolta con sorprendente rapidità e naturalezza, attraverso un costume, una particolare postura, un’espressione…

Parliamo del video, che qui gioca un ruolo molto diverso da quanto visto in Trilogia della città di K.
LNDA L’idea da cui siamo partiti è “stereoscopica”, se così si può dire, ossia un doppio quadrato, una doppia visione, da vedere sì da vicino, ma che a distanza risulta più incisiva, perché l’occhio non deve più scegliere tra l’attrice e lo schermo ma può abbracciare tutto in un unico sguardo. In Trilogia della città di K. il pubblico era sollecitato a ricostruire un puzzle, a ricomporre un mosaico, mentre qui ciascuno e ciascuna di noi guarda con i propri occhi ma anche con quelli di Ágota, in un perenne dualismo. Esiste la precisione dell’istante, il nitore dell’oggetto, ma al tempo stesso vi è sempre un secondo piano, come in un’anamorfosi, perché due sono le identità che si confrontano, due le lingue. Un dualismo che si ripete nell’impiego dei dispositivi: un led wall ad altissima definizione e una pellicola posta davanti al palcoscenico, che, sfocandosi e producendo ombre, crea una profondità simile a quella del 3D. Duplice anche la commistione dei piani: l’attrice è presente in scena, ma è anche ripresa, in diretta, con un effetto di accentuato realismo, mentre ci convoca in palcoscenico in quell’istante, per prendere parte alla visione dei suoi fantasmi.

Molto particolare e suggestivo anche il suono dell’Analfabeta…
LNDA La mia richiesta è stata di “stare nell’ossessione del tempo” e Damiano Meacci ha risposto creando partiture che riproducono il ticchettio dell’orologio, diventando talvolta incubotiche e ossessive. Il mio pensiero è andato a Steve Reich e al suo lavoro sul tempo, sull’accumulo di ritmo che sommandosi si trasforma in un mare, dove il singolo battito non è più riconoscibile, ma si creano controfasi ritmiche che servono a sostenere il pensiero di una personale individualità, connessa ai fantasmi, alle proiezioni psichiche che appartengono all’interiorità, ma vengono improvvisamente messe a nudo in un continuo alternarsi di intimità e presa di distanza, di condivisone e protezione.

Pensate di essere riusciti a catturare, alla fine, questa donna in fuga?
CL Kristóf non è una donna in fuga. È stata obbligata a lasciare l’Ungheria, ha seguito il marito e ha sempre rimpianto di non essere rimasta nel suo Paese. Da lontano ha tentato in tutti i modi, attraverso la scrittura, di mantenere in vita il suo passato, il legame con la città di origine: nella Trilogia sembra quasi si sforzi di tenersi vicina un’immagine, per non permetterle di scomparire. Iniziando a lavorare su L’analfabeta mi sono posta il problema se si dovesse “muovere” il testo, per dargli una forma più marcatamente teatrale. In realtà è una partitura già piena di movimento, animata da una polifonia di voci, già pronte per diventare personaggi. I personaggi, le figure che emergono dalla memoria al pari di quelle del presente, sono tanti alter ego che alludono con lo stesso gesto a un solo centro, il punto da cui li guarda Ágota e cercano di indagare un lato del suo mistero.
FF Probabilmente anche la scelta di scrivere in francese le ha permesso di mantenere distanza e controllo sull’indagine intorno alla propria esistenza. Ágota riesce a esprimere concetti, a descrivere situazioni, a pronunciare parole terribili con uno stile oggettivo che appare talvolta impietoso.


Eppure, nello spettacolo ci sono momenti estremamente commoventi, soprattutto quando l’autrice rievoca la propria infanzia, il rapporto con i genitori e con i fratelli.
FF Abbiamo lavorato con cura e attenzione per evitare di scivolare nel sentimentalismo o nel patetico, che avrebbero tolto forza alle parole del testo, ma è vero che anch’io, evocandola, mi sono molto commossa in certi momenti. È una conseguenza di quel suo stile narrativo che chiede di avvicinarsi per poi all’improvviso respingere, assestando un pugno nello stomaco.
LNDA È una storia commovente e anche esemplare, se pensiamo a tutte le vicende di migrazione con cui ci confrontiamo ogni giorno. Ágota Kristóf ha lasciato la propria terra per difendere un’idea ma è poi approdata alla conclusione – almeno così sembra dalle sue parole – di aver commesso un grave errore lasciando l’Ungheria. Porta dentro di sé una ferita, la sua è la storia di una lacerazione, di uno strappo, che descrive con parole precise.
CL In questi giorni di prove ho riflettuto molto sul fatto che il “patetico” è una categoria completamente assente nei libri di Kristóf. Federica compie un lavoro difficilissimo, in scena, per mantenersi in equilibrio, per preservare un centro “pulito”, oggettivo che ha a che fare con la postura dello sguardo e la sua dimensione etica. È lo stile particolare di questa scrittrice, il suo modo di guardare alle cose più delicate, come l’infanzia, impiegando una scrittura che scarnifica, che esibisce la ferita sanguinante; apparentemente senza possibilità di commozione, o catarsi, ma di fatto creando con altri mezzi una forte empatia. Penso sia un’autrice unica – e non a caso riveste un ruolo così importante nel nostro Novecento letterario – perché nessuno possiede una simile arte del raccontare.
LNDA La commozione scaturisce anche dall’esserle stata l’infanzia, di fatto, negata. I bambini dei suoi libri, come lei stessa nell’Analfabeta, sono obbligati a essere adulti fin da piccoli, sono orfani dell’infanzia, perché nel loro mondo non c’è spazio per viverla come si dovrebbe.
FF Per Kristóf l’infanzia è un luogo mitico, dove si vive un sentimento di onnipotenza poi non più riproducibile, la sensazione che il mondo esista e sia stato creato per te bambino o bambina. Per lei quell’istante è durato pochissimo e l’ha identificato con la sua famiglia, con l’amore, insostituibile, che nasce dal legame di sangue: è stato il luogo di una forza che poi le è stata sottratta.


L’analfabeta
Di Ágota Kristóf
Un progetto di Fanny & Alexander e Federica Fracassi
Traduzione e adattamento Chiara Lagani
Con Federica Fracassi
Regia, scene, luci, video Luigi Noah De Angelis
Sound design Damiano Meacci
Installazione multimediale Voxel
Costumi Chiara Lagani
Organizzazione e promozione Andrea Martelli, Marco Molduzzi
Amministrazione Stefano Toma
Produzione E Production, Piccolo Teatro di Milano / Teatro d’Europa, Teatro Stabile di Bolzano
In collaborazione con Romaeuropa Festival, Olinda/TeatroLaCucina, AMATù e Comune di San Benedetto del Tronto

Durata 55 minuti


Info e biglietteria: www.piccoloteatro.org

  • 23-10-2025 - 02-11-2025
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