Sogno di una notte di mezza estate (commento continuo)

Sogno di una notte di mezza estate. Teatro Melato Milano. Stagione 2024/2025

Dal 29 novembre al 22 dicembre 2024 al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano in scena Sogno di una notte di mezza estate (commento continuo) spettacolo diretto da Carmelo Rifici.

 

Una Rivolta Impossibile. Conversazione con Carmelo Rifici.

Perché hai scelto di far seguire al titolo shakespeariano Sogno di una notte di mezza estate la dicitura commento continuo tra parentesi?
«Abbiamo deciso di aggiungere il sottotitolo commento continuo perché ciò che portiamo in scena non è prettamente Shakespeare: a Riccardo Favaro ho chiesto di scrivere, di immaginare una drammaturgia, nel modello già impiegato in passato da alcuni grandi autori (il più celebre è Heiner Müller per il suo lavoro su Tito Andronico) dove le glosse all’originale potessero servire ai personaggi per rivelare, svelare – ma spesso anche per tradire ancora di più – le istanze del testo, dal momento che la forza di Shakespeare risiede nella sua possibilità di continuare a dialogare con il presente. A Riccardo ho chiesto di ingaggiare una vera e propria “guerra” con il testo, senza vincitori né vinti, di farne semplicemente un campo di battaglia dove lavorare insieme agli interpreti. In secondo luogo, lo spettacolo è nato nelle aule della Scuola di Teatro “Luca Ronconi”’ del Piccolo e desideravo offrire a tutte le attrici e a tutti gli attori la possibilità di creare un proprio personaggio, un personale percorso. Ne è scaturito un mio punto di vista su Sogno di una notte di mezza estate, un viaggio che ho compiuto insieme a una compagnia di giovani.»

 

Qual è l’idea che hai maturato del Sogno e perché hai scelto proprio questo testo, all’interno dell’ampio panorama shakespeariano?
«In primis perché viene considerato una commedia e già questa è la prima trappola… Non è davvero una commedia, ma una sinfonia barocca dei generi, dalla pastorale alla tragedia, dal grottesco al surreale. Questa sorta di mescolanza, di fantasioso tentativo di Shakespeare, di raffinatissimo “gioco delle parti”, dove i generi lottano tra loro costruendo un super genere – che è la cifra shakespeariana – è una sapienza molto complessa da leggere, da introiettare, da portare in scena.
Per tutti questi motivi, volevo mettere in atto un tentativo non di piegare il testo, ma di far sì che esso riveli i propri interstizi più oscuri. Sono abbastanza convinto che il Sogno racconti la crisi di un patriarcato senza più certezze e lo sgomento di una comunità di giovani che non si riconosce più in quell’impostazione, se non percependola come una legge assoluta, cui deve obbedire perché così è dato, perché non è permesso esimersi. Mi interessava provare a capire se alcuni personaggi avrebbero potuto “forzare la mano”, svelando e rivelando la propria insofferenza per un sistema che non regge più, che è formalismo, che è pura conservazione non fertile. Per una compagnia di giovani lavorare su un tema così importante, così attuale, come la messa in crisi del padre, della legge, della nazione, della patria, mi sembrava intenso e stimolante.»

 

Il Sogno è anche un’opera teatrale incentrata su specularità e contrapposizione: città / foresta, padri / figli, magia / ragione, maschi / femmine, come peraltro sembra suggerire la parete a specchio della scenografia. Che cosa ne pensi?
«Non utilizzerei parole come “doppio” o “contrapposizione”, ma direi piuttosto che testo e spettacolo si pongono il problema della “rappresentazione”, a partire dal meccanismo di continua personificazione di sé di una società che, essendo così in crisi, necessita di avere fedelmente dei seguaci per continuare a reggersi. L’Atene di Teseo sta andando in pezzi, come testimoniato anche dal “matrimonio maledetto” con cui egli si lega a Ippolita, regina degli Amazzoni, dopo averla vinta in battaglia. È la riparazione a una violenza che altro non fa se non generare una “finzione di stato”, dal momento che non esiste alcuna comprensione, da parte di Teseo, dell’atto aggressivo compiuto: semplicemente lo si nasconde sotto al tappeto. I personaggi si ribellano a questo modo di agire: non palesemente, perché la partitura drammaturgica non lo consente – tant’è che il dramma si chiude con un matrimonio festoso che riporta l’ordine ad Atene – ma, e qui arriviamo alla specularità, esiste un mondo in cui la vendetta per il male subìto può attuarsi, ed è l’universo del sogno o del bosco.»

 

Potrebbe essere semplice, per il pubblico, leggerla come il doppio e la sua nemesi… ma se invece non fosse così?
«Lo specchio, a mio avviso, sottolinea come Atene abbia la stessa natura del bosco, cioè come entrambe le realtà siano sottoposte alla medesima “legge del padre”. La fuga nella foresta evoca i riti di iniziazione nel corso dei quali si facevano vivere dei giovani, per qualche giorno, in una situazione di pericolo, in un ambiente ostile, perché poi rientrassero in città da persone adulte e consapevoli del proprio ruolo nella società. Pertanto, faccio fatica a pensare che il bosco sia “un doppio” di Atene o che Titania sia il doppio di Ippolita, se non di Teseo: è la trappola in cui si casca per dare giustificazione e significato al male, all’atto di violenza che sta verificandosi.»

 

Qual è, secondo te, la posizione di Shakespeare in tutto questo?
«Credo che Shakespeare ci mostri il pericolo di equivocare qualche cosa che invece è manipolazione, coercizione, è avventurarsi nel proprio, personale cono d’ombra.
Del resto, il lato oscuro è presente in molti testi di Shakespeare, da Macbeth in poi. Ma quell’oscurità va cavalcata, dominata, ridotta all’ordine, perché possa ripristinarsi un equilibrio cosmico, tutt’altro che a favore dell’umanità. Personalmente, non so se Shakespeare fosse connivente con questa concezione di fredda ragione del logos, di una sorta di immutabile sistema dove il caos è funzionale solo al ristabilimento dell’ordine. Lo squarcio realistico che si apre ci dà la possibilità di turbarci, di inquietarci: nel bosco i giovani vivono una significativa esperienza di ricerca di una propria identità sessuale – e quindi sociale – per rientrare ad Atene esattamente come la città desidera che siano. Viviamo un’epoca in cui mentre la gioventù combatte per i diritti di genere, per difendere un mondo che soccombe sotto ai colpi dell’inquinamento, paradossalmente assistiamo al continuo riaffermarsi di un’idea conservatrice; allo stesso modo, nel Sogno, figli e figlie urlano ai padri i propri desideri, eppure quell’energia spesa come atto di ribellione non fa altro che alimentare la repressione della rivolta in uno stato che ha già introiettato, digerito, metabolizzato e strumentalizzato quella ribellione. In una battuta bellissima, Shakespeare dichiara che l’unica persona immune dalla freccia di Cupido – avvelenata, ovviamente – è la sovrana d’Inghilterra, Elisabetta I.
Non la nomina – parla di una vestale imperiale – e racconta come il dardo del dio bambino cada a terra dal momento che la regina si dispone in uno stato contemplativo, in un’ottica virginale. È interessante, per chi ascolta, che non può che scorgerne il lato tragico, senza speranza: non può esservi dialogo fra quella freccia che tutto muove e la ragione umana che non le permette di penetrare a pieno diritto nel cuore, di trafiggerlo sparigliando le carte. È un pericolo troppo grande, troppo perturbante: permetterebbe ai giovani di rivendicare la propria identità.»

 

Perché hai scelto la terra come elemento così potentemente connotante della tua scenografia?
«Le ragioni sono molte. Desideravo che attrici e attori si muovessero su un terreno incerto, che non consentisse loro di camminare con agio, un passo dopo l’altro. È inoltre una terra che non dà frutto, priva di semi, arida: non ci sono bambini, nessuno nasce e nessuno muore, tutto è per finta, tutto è controllato, non esistono possibili trasgressioni, niente può superare i limiti imposti dallo Stato.»

 

Nei tuoi spettacoli più recenti è sempre presente la musica, eseguita dal vivo dalle attrici e dagli attori. Perché questa scelta?
«La musica eseguita dal vivo è parte di un mio personale percorso di disvelamento dei meccanismi della rappresentazione: mostriamo gli elementi che per anni abbiamo celato dietro le quinte, luci, macchinari e anche la musica rientra in questa categoria. In secondo luogo, molte attrici e molti attori suonano particolarmente bene diversi strumenti. Terzo elemento, la musica registrata, inevitabilmente, produce una codificazione dei tempi, portando gli interpreti ad adagiarsi all’interno di uno schema prestabilito. All’opposto, l’esecuzione dal vivo induce a mantenere una relazione costante con la recitazione, perché occorre prestare attenzione alle variazioni musicali, rimanendo sempre in ascolto di quanto accade nel corso della rappresentazione: credo che per dei giovani artisti possa essere un buon allenamento.»

 

Sogno di una notte di mezza estate (commento continuo)
Di William Shakespeare / Riccardo Favaro
Regia Carmelo Rifici
Scene Paolo Di Benedetto
Costumi Margherita Baldoni
Luci Manuel Frenda
Cura del movimento Alessio Maria Romano
Musiche Federica Furlani
Assistente alla regia Ugo Fiore
Con Giacomo Antonio Maria Albites Coen, Andrea Bezziccheri, Agnese Sofia Bonato, Clara Bortolotti, Stefano Carenza, Bianca Castanini, Simone Pietro Causa, Giada Francesca Ciabini, Miruna Cuc, Simona De Leo, Silvia Di Cesare, Daniele Di Pietro, Marco Divsic, Ion Donà, Ioana Miruna Drajneanu, Cecilia Fabris, Joshua Isaiah Maduro, Pasquale Montemurro, Sofia Amber Redway, Edoardo Sabato, Caterina Sanvi, Pietro Savoi, Simone Severini, Lorenzo Vio
Produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Durata 220 minuti con intervallo

 

Info e biglietteria: www.piccoloteatro.org

  • 29-11-2024 - 22-12-2024
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