Dall'11 al 22 dicembre 2024 in scena al Piccolo Teatro Grassi di Milano
Un progetto di lacasadargilla
Regia Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni
Produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
«È tornato in scena, fino al 22 dicembre al Piccolo Teatro Grassi, lo spettacolo vincitore di cinque premi Ubu nel 2023: ‘Anatomia di un suicidio’ della compagnia lacasadargilla. Si tratta della messa in scena del testo della drammaturga inglese Alice Birch, sceneggiatrice anche, tra le altre cose, insieme a Sally Rooney, della serie ‘Normale People’. È un incontro fortunato quello fra i registi Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni e il testo di Birch: la vocazione multidisciplinare, con una grande attenzione al sonoro, della compagnia si sposa con un testo che è in primo luogo un concerto polifonico di voci. La partitura è complessa e ad ascoltarla ci si domanda come possa apparire sulla pagina scritta. Oltre a questo si sente forte la lingua di provenienza del testo, e la scelta di puntare su una recitazione che all’ascolto suona come un doppiaggio risulta molto azzeccata.
La scena è un interno con tre porte da cui entrano ed escono, in una simultaneità temporale possibile solo sulla scena o nelle sperimentazioni video di Bill Viola, tre donne e le loro storie: la nonna Carol, la figlia Anna e la nipote Bonnie. La trama che le lega è un trauma da cui non riescono a liberarsi, talmente forte da farsi destino. Carol soffre di depressione. La maternità che secondo i parenti e il marito dovrebbe aiutarla a trovare una ragione di vita, la spinge invece al suicidio. Per Carol la figlia, anziché il viatico della depressione, è ‘il pesce attaccato all’amo’ che le impedisce di fuggire e allo stesso tempo la trascina a fondo. Una metafora della maternità molto dura, ma di certo non falsa. La scelta estrema di Carol ricade sulla vita della figlia Anna, diventata tossicodipendente da grande. Il trauma, si sa, è una gabbia circolare da cui non si evade, se non in libertà vigilata o in forma di illusione. Anna esce dalla tossicodipendenza grazie all’amore, ma la nascita della figlia che avrebbe dovuto segnare un cambio di passo rispetto al destino della madre, fa in modo che si ammali di nuovo. Bonny, la figlia di Anna, è adulta nel 2034, così come recita una delle scritte luminose che sovrastano e insieme aiutano lo spettatore ad ordinare la scena. Bonny vive ancora nella casa in cui si compì la tragedia della nonna. Incapace di amare, insofferente all’altro, la ragazza ha almeno la libertà di vivere il suo dolore senza doverlo celare: è libera di vendere la sua casa, è libera di non essere madre.
Le storie di Carol, Anna e Bonnie vengono ripercorse in simultanea come se la scena contenesse tre drammi diversi, ma in fondo unici. I tanti attori sulla scena recitano insieme, concertando le battute: nel primo atto ci si ambienta, si entra nella complessità della scrittura, a tratti si è confusi, ma la storia si dipana nel secondo atto con una chiarezza cristallina. È merito dei tanti, tutti bravi, attori in campo. Spiccano soprattutto Francesco Villano, che per questo spettacolo ha vinto il Premio Ubu come miglior attore, ma anche la non premiata, ma superba, Federica Rosellini nel ruolo di Bonnie.
È il personaggio di Bonnie quello che sembra anche il più riuscito nella scrittura. Pensando alla tradizione del realismo del teatro inglese, Birch sembra, attraverso Bonnie, fare un ritratto di Sarah Kane, la drammaturga inglese morta suicida a soli ventotto anni nel 1999. Kane sconvolse e illuminò il teatro inglese degli anni novanta nel breve passaggio della sua carriera artistica. In un gioco di rimandi, il suicidio ‘vero’ di Sarah Kane, quello paventato nel suo testo più famoso ‘4.48 Psychosis’, aleggia come un fantasma su tutta la scena. Non è solo il fatto che tutto il dramma giri attorno a un gesto suicida, ma anche nel linguaggio crudo, sboccato e realistico dei personaggi. A differenza di Sarah però Bonnie sceglie di vivere la sua vita, anche se a farla uscire dalla gabbia è un inevitabile ma salvifico gesto di rinuncia, quello alla maternità.»








