Medea’s Children. Recensione

recensioni teatrali Triennale Milano Teatro Stagione 2024/2025

Medea’s Children
Dal 1° al 2 marzo 2025 in Triennale Milano Teatro
Con Peter Seynaeve, Anna Matthys, Emma Van de Casteele, Jade Versluys, Gabriël El Houari, Sanne De Waele, Vik Neirinck
Ideazione e regia Milo Rau
Drammaturgia Kaatje De Geest
Produzione NTGent
Co-produzione Wiener Festwochen, La Biennale de Venezia, Internationaal Theater Amsterdam, Tandem - Scène nationale


«Presentato alla Biennale Teatro 2024, "Medea’s Children" è uno degli spettacoli più attesi dell’intera stagione teatrale milanese. Sicuramente uno dei più chiacchierati, dopo le reazioni arrivate in estate dalla laguna: uscite del pubblico, accuse di pornografia, critiche moralizzanti. "Che cosa vedremo?" si domanda il pubblico all’ingresso. È una domanda semplice, ma fondamentale quando si è di fronte a un regista come Milo Rau. Svizzero, nato nel 1977, Rau ha saputo creare un dispositivo teatrale inedito e stratificato che, attraverso l’ibridazione del teatro con l’immagine in movimento, ha portato la questione del ‘vedere’ a riflessioni inedite.

La macchina drammaturgica del regista svizzero, pur rimanendo fedele a se stessa, si rinnova a ogni produzione. Il punto di partenza è solitamente un fatto di cronaca. Gli interpreti sono per lo più attori e attrici non professionisti, e la loro realtà personale diventa parte integrante dello spettacolo. Uno dei protagonisti porta sempre con sé una videocamera, le cui immagini vengono proiettate in tempo reale, raddoppiando così il punto di vista dello spettatore. Oltre a riprendere ciò che accade sulla scena, l’azione spesso interagisce con materiali filmati prima della performance, intrecciando il teatro con il cinema. Se la struttura sembra complessa, il meccanismo psicologico che la sostiene è essenziale: lo spettatore è costantemente sospeso tra verità e finzione.

In "Medea’s Children" i protagonisti sono sei bambini. Il fatto di cronaca da cui prende piede lo spettacolo è l’uccisione, nel 2007, da parte di una madre belga, dei suoi cinque figli. Il movente pare fosse l’infedeltà del marito, in quel momento in viaggio per lavoro. La donna, che aveva tentato il suicidio appena dopo il gesto, venne condannata all’ergastolo e, nel 2023, chiese e ottenne di morire per eutanasia. Rau con la sua messa in scena assume il punto di vista delle vittime, spesso dimenticato nei fatti di cronaca. I bambini di Medea sono i primi a empatizzare con la madre.

“Cosa ci faccio qui, in una terra straniera, con dei figli, io che ero una guerriera libera?”, si domanda infatti la giovane Anna Matthys. Nel gioco meta-teatrale che il regista svizzero mette in scena, la bambina recita degli stralci della tragedia greca e racconta le condizioni in cui Euripide scrisse le parole appena citate: chiuso in una grotta, alla vigilia della caduta dell’egemonia ateniese sulla Grecia antica. L’amore di una madre e la democrazia ateniese sono due certezze che si sgretolano nello stesso momento, rivelandosi delle menzogne.

L’accostamento inedito fra democrazia e maternità è di sicuro l’aspetto più interessante della riscrittura di Rau della tragedia di Euripide. La storia della madre assassina belga e il testo classico corrono in parallelo in un gioco di specchi fra scena e immagini proiettate. Nel film che racconta la tragedia greca si ritrovano echi pasoliniani: la Colchide di Medea è un luogo selvaggio, tribale e colorato. Il Belgio degli anni venti del duemila sembra ispirarsi al realismo del Dogma di Lars Von Trier. L’immagine in movimento assume il ruolo di svelare il punto cieco della scena. Nel correre del racconto il momento del delitto si avvicina. Una delle bambine assume il ruolo della madre, trascina uno a uno i suoi "figli" dentro la piccola casa ricostruita. Gli attori spariscono mentre le immagini raccontano senza sconti il momento dell’uccisione. Il pubblico assiste a una ricostruzione implacabile, priva di filtri, dove il teatro si fa documento, testimonianza e rito catartico collettivo. Ma la vera "oscenità" del regista svizzero è proprio quella di provare pietà per l’omicida spostando l’attenzione su un piano più ampio: prima familiare, poi sociale e politico. Così come Euripide, nel raccontare la storia di Medea, non si limita a rappresentare la tragedia di una madre assassina, ma mette in luce le contraddizioni della società ateniese, rivelando la fragilità e l’ipocrisia dell’ordine democratico, allo stesso modo Milo Rau utilizza gli strumenti della democrazia contemporanea per smascherare le costruzioni illusorie su cui si fonda la nostra percezione della realtà.»

 

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Maria Giovanna Cicciari

Maria Giovanna Cicciari

Maria Giovanna Cicciari è una regista e sceneggiatrice che vive a Milano. Con i suoi film ha partecipato a diversi festival internazionali. Da sempre appassionata di teatro, segue le stagioni milanesi, soprattutto le proposte più sperimentali, con grande interesse. Dal 2024 inizia a scrivere di teatro per FourExcellences.
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