Memory of Mankind. Recensione

Memory of Mankind. Recensione. Piccolo Teatro Milano. Stagione 2024/2025

Memory of Mankind
Dal 15 al 18 gennaio 2025 al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano
Testo e regia Marcus Lindeen
Ideazione Marcus Lindeen e Marianne Ségol
Drammaturgia e traduzione Marianne Ségol
Voci Gabriel Dufay, Julien Lewkowicz, Olga Mouak, Nathan Jousni, Marianne Ségol
Produzione Compagnia Wild Minds


«L’artista austriaco Martin Kunze nel 2012 comincia un progetto molto ambizioso: conservare per un mondo futuro la memoria della nostra civiltà. Studia una modalità di conservazione che possa durare nel tempo: delle semplici tavolette di ceramica da bagno su cui vengono impresse delle informazioni con una tecnica di stampa molto accurata e un luogo dove conservarle, la miniera di Hallstatt in Austria.

Tre cassette di legno con impresso il logo del progetto MOM, che sta per "Memory of Mankind", che contengono alcuni esemplari delle tavolette, occupano lo spazio centrale di un’arena circolare di legno, costruita al centro del Piccolo Teatro Studio Melato dove va in scena lo spettacolo. "Memory of Mankind" diretto dal regista svedese Marcus Lindeen, artista associato del Piccolo, e scritto insieme a Marianne Ségol. Sulla prima fila di gradinate si siedono quattro performer, dietro di loro gli spettatori e, sopra le teste, due schermi su cui vengono proiettate alcune immagini e i sottotitoli del testo recitato in francese.

Secondo una pratica ormai consolidata il regista svedese ha scelto come interpreti dello spettacolo degli attori non professionisti che hanno legami "personali" con le storie e i personaggi, tutti reali, che mettono in scena. A fare proprio il ruolo di Martin Kunze è il cosmologo Jean-Philippe Uzan.

Lo spettacolo inizia con un suo lungo monologo che spiega il progetto MOM a partire da una constatazione drammatica: i dispositivi di archiviazione dei dati che abbiamo in dotazione sono destinati a corrompersi in pochissimo tempo e il suo progetto vuole mettere argine all’oblio.

La domanda principale è dunque: cosa sarà della nostra memoria? In modi diversi e con un’eleganza che ricorda un dialogo platonico, gli altri tre personaggi, portano il loro contributo all’argomento con il racconto della loro vita.

Un uomo che soffre di un rarissimo disturbo della memoria è accompagnato da sua moglie. Cos'hanno da aggiungere al progetto lungimirante e utopico dell’artista? L’uomo che soffre di amnesie trascina con il suo racconto il pubblico ai limiti dell’incredulità: almeno una volta all’anno la sua memoria si cancella completamente, gli rimangono solo le funzioni motorie e quelle linguistiche di base, per il resto deve ricominciare daccapo. Ogni volta però si innamora sempre della stessa persona: la donna che si ritrova accanto come una perfetta sconosciuta.

Il quarto interprete del dialogo, Axel Ravier, nella vita dottorando in sociologia, sulla scena è un archeologo queer. La storia che racconta è quella di un suo collega americano che per primo studiò una tomba egizia di due giovani uomini che scelsero di farsi seppellire insieme. Sono due prospettive che in qualche modo mettono in crisi il progetto di Kunze. La prima, con la sua semplicità esistenziale, sembra dire che è solo attraverso l’amore - il sorriso dell’amata che si ripresenta nuovo ma inconsciamente identico dopo ogni blackout - che l’uomo può ricostruire la sua memoria. La seconda ribadisce un’ovvietà: la realtà non esiste, tutto è costruzione umana, anche il filantropico progetto di Kunze.

È a questo punto che il progetto dell’artista austriaco mostra il fianco. La sua non è forse un’ossessione enciclopedica che è parte di una cultura occidentale oggi in crisi?

Lo spettacolo di Lindeen vola alto: temi complessi, questioni filosofiche antiche e paradossi della ragione. Attraverso uno sguardo cristallino anche le questioni più divisive della nostra epoca, il post-colonialismo e l’identità di genere, si colgono con semplicità e grazia.

Se spesso il termine didascalico prende un’accezione negativa se associato a un’opera d’arte, in questo caso è proprio la trasmissione del sapere, la dimensione erotica della conoscenza, la chiave estetica con cui viene chiesto allo spettatore di decifrare la performance. In questo modo il regista svedese accompagna il pubblico per ottanta minuti in un percorso che passa dalla scienza alla poesia senza soluzione di continuità.

Per chi non fosse ancora sazio, il progetto MOM è aperto a tutti ancora oggi. La domanda a cui si può rispondere con la propria personale tavoletta è la seguente: che cosa della tua vita vorresti rimanesse in eterno?»

 

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Maria Giovanna Cicciari

Maria Giovanna Cicciari

Maria Giovanna Cicciari è una regista e sceneggiatrice che vive a Milano. Con i suoi film ha partecipato a diversi festival internazionali. Da sempre appassionata di teatro, segue le stagioni milanesi, soprattutto le proposte più sperimentali, con grande interesse. Dal 2024 inizia a scrivere di teatro per FourExcellences.
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