«Per me - scrive Mundruczó - Winterreise rappresenta l’apoteosi dell’essere on the road. Sempre in movimento. In un’attesa imprecisata. Esattamente come in Purgatorio. Per me, il Purgatorio è come un campo di rifugiati: tutti ci possono finire, ma nessuno conosce le logiche della propria condanna. Questo lavoro mi ha dato allora l’opportunità di riflettere sull’eterna alienazione umana, e di domandarmi come l’arte possa fornire un rifugio quando le condizioni fondamentali della nostra esistenza sono messe in questione. L’installazione video sul palco mostra alcuni rifugiati in un autentico campo ungherese. Il tempo passato con loro è stata un’esperienza di grande ispirazione […], che mi ha mostrato il vero volto della privazione e l’assenza di ogni speranza. È stato uno schock profondo, di fronte al quale ho capito che, forse, solo la musica può raccontare tutto questo.»
Il lavoro prende spunto e titolo dal celebre ciclo di ventiquattro lieder (composizioni per pianoforte e canto) composti da Franz Schubert nel 1827 su testi di Wilhelm Müller, una delle opere più celebri del compositore austriaco e fra le più conosciute in assoluto nella storia della musica occidentale.
Mundruczó sceglie di partire da un cambio di prospettiva: l'idea è quella di mettere in primo piano la dignità di chi non possiede una voce. Lo spettatore accompagna il solitario vagabondo di Schubert nel suo girovagare senza meta - come il perseguitato di ogni epoca, o come il rifugiato dei nostri tempi. Un’analogia che viene rafforzata dal protagonista stesso della pièce, il cui canto, pervaso da un forte accento "straniero" e dalla cattiva pronuncia, rappresenta il desiderio profondo dell'uomo senza futuro, tutto rivolto verso l'accettazione e la comprensione. Quella che appare sulla scena non è più allora una tragedia da operetta, ma quella della vita quotidiana dell’uomo. Se già all’epoca di Schubert veniva attribuito un certo significato politico alle poesie di Müller, ma pur sempre nel quadro del dramma di un piccolo borghese in perfetto stile Biedermeier, ecco il cambio di prospettiva: qui il totale sradicamento che caratterizza il protagonista della pièce rende finalmente la musica di Schubert democratica.








